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La nostra redazione crede opportuno pubblicare gli atti e testimonianze del recente convegno sul tema Vivisezione. Vi  invitiamo a diffonderne i contenuti e la conoscenza del tema.  

Roma, il 13 gennaio 2014

Cari amici, illustri ospiti, signore e signori, innanzitutto ho il piacere di ringraziare relatori e pubblico, per aver accolto il nostro invito, e sono lieta di dare a tutti il benvenuto in questa sede, a nome della Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente e di tutte le associazioni che ne sono parte, cominciando dai fondatori, Enpa, Lav, Lega del cane, Leidaa e Oipa. Siamo onorati di avere con noi illustri relatori, scelti tra i maggiori esperti di metodi sostitutivi ai test su animali quale garanzia per la salute dei cittadini, di avere, questo pomeriggio, le testimonianze di persone coraggiose che, affette da gravi patologie, hanno sperimentato l’inutilità della vivisezione, e il direttore del comitato scientifico Equivita che ci aggiornerà sul risultato dell’iniziativa Stop Vivisection.

Ci incontriamo oggi in un momento particolare per chi, come me, come molti di noi, si batte da decenni contro la vivisezione. L’approvazione della “sciagurata” direttiva 2010/63 ha riacceso in tutti i Paesi europei il dibattito sui test con animali. Le ragioni della nostra radicale opposizione alla direttiva sono note a tutti e non vi ritornerò sopra. In Italia il processo di recepimento, a cavallo di due legislature, ha coinciso, per varie ragioni, con un periodo di straordinario interesse, e di straordinaria mobilitazione, per i diritti degli animali. Sia chiaro: mai i rappresentanti delle lobby vivisettorie hanno cessato un attimo di esercitare pressioni in tutte le sedi opportune. Ma possiamo ben dire che nell’ultimo biennio hanno avvertito anche loro, in maniera crescente, la pressione di un’opinione pubblica sempre più sensibile al problema della vivisezione e sempre più determinata a vederci chiaro. Esemplare, da questo punto di vista, è stato il caso di Green Hill, un’inchiesta aperta quasi “a furor di popolo”, che puntualmente ha portato alla luce i maltrattamenti e le uccisioni nell’ultimo allevamento italiano di beagle destinati ai laboratori.

Il messaggio ha raggiunto la mente e il cuore degli italiani ed in questa temperie siamo riusciti a compiere, sfidando enormi interessi economici, qualche passo avanti con la legge di delegazione europea approvata nel luglio scorso: primo fra tutti, lasciatemelo dire, perché ne sono particolarmente orgogliosa, il divieto di allevare sul territorio nazionale cani, gatti e primati destinati alla vivisezione che avevo proposto fin dal 2012. Ma lo stesso vale per gli altri criteri applicativi individuati dalla legge, tra i quali la promozione dei metodi sostitutivi, lo stop ad esperimenti su animali senza anestesia, le norme sugli xenotrapianti e le ricerche su sostanze d’abuso etc.

Ai vivisettori è sembrato troppo, a giudicare dalla profondità e dalla vastità della controffensiva che hanno lanciato sul governo, cui spetta il compito di emanare in forma definitiva il decreto applicativo, e sui media. I risultati non si sono fatti attendere. La prima versione del decreto del governo, trasmessa alle Camere, stravolge e/o affossa ben dieci punti su dodici. Per accorgersene, basta confrontare il testo della legge e quello del decreto. Se n’è accorta, per esempio, la commissione Affari costituzionali del Senato, che ha denunciato la potenziale violazione dell’art.76 della Costituzione. Vi risparmio un’esposizione analitica delle divergenze, l’ho scritta nella bozza di parere che ho già sottoposto alla commissione Affari sociali della Camera. Mi limito a sottolineare che il testo sottoposto alle commissioni parlamentari (A.G. n.50) non rispetta il divieto di esperimenti senza anestesia o analgesia, aggira lo stop a esercitazioni didattiche con animali, straccia le limitazioni su animali modificati geneticamente e il riutilizzo in più test, vara un fondo per i metodi alternativi destinato per l’84% a chi effettua vivisezione, e fa slittare di tre anni il divieto di test con animali per xenotrapianti, alcool e sostanze d’abuso. Il tutto con sanzioni non dissuasive, come ha già correttamente osservato la commissione Giustizia del Senato. Abbiamo quindi il diritto/dovere di rilevare anche nel merito queste difformità, non solo per evitare che il governo produca un atto suscettibile di essere impugnato con successo alla prima occasione, ma perché si dispieghi pienamente il potenziale innovativo delle norme che abbiamo introdotto.

A questo palese tentativo di cambiare le carte in tavola, dobbiamo aggiungere la non casuale paralisi in cui è stato spinto il Tavolo ministeriale sui metodi alternativi, ridotto “a un puro nome”, perché il governo dà retta ai “soliti noti” che si oppongono e sempre si opporranno, contro ogni evidenza scientifica, alla sostituzione dei test su animali.

Vi è poi un terzo fenomeno, forse il più inquietante. In generale, e a maggior ragione quando sono in ballo giganteschi interessi, credo poco alle coincidenze. Non ritengo perciò frutto del caso che alcuni atti odiosi attribuiti a non meglio identificati “animalisti” – insulti e minacce su internet ad una ragazza malata, insulti e minacce a ricercatori sui muri di Milano – siano stati utilizzati per orchestrare una campagna a favore della vivisezione, proprio ora che la lobby dei test sugli animali sta giocando le sue ultime carte contro il recepimento restrittivo della direttiva europea. Certe accuse echeggiano sui media, che vi indugiano, proprio mentre le Camere stanno per esaminare questo decreto, nel quale si è cercato di far rientrare dalla finestra quanto è uscito dalla porta. Ma chi appartiene alle nostre associazioni rifiuta alla radice la violenza, verbale e fisica. Chi condivide il nostro modo di vedere non imbastisce una rozza classifica della sofferenza: prima quella della ragazza di Padova, perché difende la vivisezione, poi quella dei tantissimi malati (nel pomeriggio ascolteremo le loro testimonianze) che considerano inutili i test in vivo e ultima – manco a dirlo – quella degli animali, che non parlano proprio e non contano niente. Per noi la sofferenza è sofferenza e cercare di additare gli animalisti come estremisti o sovversivi è solo un malriuscito tentativo di capovolgere la realtà.

Sì, perché la violenza, semmai, sta dall’altra parte della barricata, ma è legalizzata, ritualizzata nelle procedure, nascosta dalla cosmetica del linguaggio. Meglio dire “sperimentazione animale” o SA piuttosto che “vivisezione”: così il sangue e la carne aperta non si immaginano e non si vedono. Ma se guardiamo l’elenco delle richieste rivolte al ministero della Salute, possiamo constatare quanto siano profondamente invasivi gli esperimenti autorizzati e praticati. Cito solo alcuni esempi 

- frattura chiodi centro midollari

- valutazioni psichiatriche sotto stati di ansia e paura

- schizofrenia

- termo ablazione

- degenerazione midollo spinale

- ulcere

- lesioni cerebellari

- reattività encefalo a contatto con colla chirurgica

- xenotrapianti

- stimolazione profonda con elettrodi

- danni cerebrali acuti

- rigenerazione lesione spinale e nervo ottico

E altri ancora.

Il dibattito sulla vivisezione viene da lontano, prosegue da più di un secolo all’incirca negli stessi termini, perché vi si fronteggiano due concezioni opposte della vita e del rapporto uomo/animale. La prima assimila l’animale ad un oggetto di cui si può fare ciò che si vuole. Come un cucchiaio: lo posso usare per mangiare, lo posso spezzare, lo posso fondere. L’altra è fondata sull’empatia, cioè sul rispetto della capacità di soffrire e di comunicare la propria sofferenza che caratterizza gli animali, sull’ idea che tra uomo e animale vi sia continuità e in comune il diritto primario alla vita stessa. Ai vivisettori naturalmente fa comodo creare o accentuare la contrapposizione, come nel gioco di chi butto giù dalla torre. Chi chiede se va salvato il topo o la bambina sta insultando la nostra intelligenza: bisogna fare ogni sforzo per salvarli tutti e due. E questo ci conduce al tema del giorno, e alla fine del mio intervento.

Amici, signori e signore, la sperimentazione sugli animali è solo un enorme business. Ma non possiamo più permettere che i grandi interessi economici di queste multinazionali e delle lobby che le tutelano prevalgano sul nostro diritto di cittadini di avere una ricerca scientifica affidabile e davvero predittiva per la nostra salute, relegando l’Italia, e l’Europa stessa, nelle retrovie del progresso scientifico per quanto riguarda la ricerca biomedica e tossicologica. A queste lobby che oggi più che mai fanno pressioni in Parlamento, a cui è sempre stato permesso di scrivere loro stesse le leggi a Roma come a Bruxelles, dico che non possono più imporre all’Europa un metodo di ricerca biomedica, la sperimentazione sugli animali, che non è mai stato realmente validato ed è ritenuto anti-scientifico e dunque fuorviante, da un numero di scienziati sempre più esteso e nei centri della scienza più accreditati, in quanto le risposte ottenute su un animale non sono trasferibili alla specie umana. Sempre a questi signori che lucrano sulla sofferenza di milioni di animali dico che non possono più mettere a repentaglio la salute dei cittadini, ostacolando l’accesso a metodi di ricerca ben più esaurienti, affidabili, veloci ed economici, realizzati con nuove e straordinarie tecnologie, già di uso comune in molti paesi, come ad esempio gli Stati Uniti. Questo chiede la stragrande maggioranza degli italiani, questa è la vera sfida per la ricerca nel terzo millennio. Ogni anno sono sacrificati alla ricerca 12,1 milioni di animali in Europa e circa 900 mila in Italia. La parte più avanzata della comunità scientifica ci spiega come possano e debbano cambiare le cose. Ascoltiamo quindi gli illustri ospiti che abbiamo invitato.

 

On. Michela Vittoria Brambilla

 

Roma, il 13 gennaio 2014

 

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