TROPPI CASI DI ACQUE POTABILI CON PRESENZA DI MATERIALE CANCEROGENO.

 

 

Ritorna in primo piano il problema dell’arsenico nelle acque potabili, già affrontato in questo sito con dati abbastanza “testati” da associazioni e da organismi di controllo anche di rilevanza europea. Questa volta la presa di posizione, assume una valenza altamente scientifica, poiché a scendere in campo sul tema, si esprimono con decisione i Medici per l’Ambiente, i quali hanno tra i loro obiettivi il recupero del ruolo etico della professione medica, stimolare e sollecitare l’impegno dei medici a promuovere e proteggere la salute tramite la salvaguardia e il miglioramento dell’ambiente.

Mettere in primo piano le politiche di prevenzione primaria, informare e coinvolgere sulle problematiche ambientali pazienti, colleghi, studenti, insegnanti, cittadini in generale.

Acquisire inoltre, una solida base culturale e scientifica sui problemi ambientali promuovendo corsi di formazione, ricerche, convegni. Svolgere sulle tematiche “Ambiente e Salute” un ruolo di unione tra società scientifiche, centri di ricerca, associazioni non governative (ambientaliste e non), associazioni di cittadini, settori professionali, istituzioni e popolazioni, sia a livello internazionale che locale.

Con questo spirito di intenti, che si possono ritrovare nel “Giuramento di Ippocrate”, gli stessi medici rivolgendosi ai propri colleghi sostengono: “Gentili Colleghi, torniamo a scrivervi in merito al problema sanitario derivante dalla presenza di arsenico nelle acque distribuite ad uso potabile. Come a voi noto, la Commissione Europea, con il documento n. C (2010) 7605 del 28 ottobre 2010 e il documento n. C (2011) 2014 del 22 marzo 2011, ha ribadito che il contenuto massimo e provvisorio di arsenico nelle acque destinate a consumo umano non deve superare i 10 microgrammi per litro come già stabilito anche dalla legge italiana sin dal 2001 con il Decreto legislativo n. 31 del 2 febbraio 2001”.

I soggetti ad alto rischio sono le donne in gravidanza ed i bambini sotto i tre anni, l’appello infatti continua: “In questi due documenti si prescrive, in forma assolutamente vincolante per l’Italia, che alle donne in gravidanza e ai bambini fino a tre anni di età non siano somministrate acque con un contenuto di arsenico più elevato di 10 microgrammi per litro, e che le industrie alimentari debbano utilizzare per le loro preparazioni acque con questa stessa caratteristica di parametro”.

La vera tutela della salute pubblica però, non si può stabilire creando limiti che comunque si rivelano dannosi.  In questo senso l’Organizzazione mondiale della sanità ricorda ed auspica come obiettivo di qualità un contenuto di arsenico pari a zero (o al più e in via transitoria di 5 microgrammi/litro) nelle acque destinate a consumo umano, solo in questo modo verrebbero eliminati i rischi tuttora in atto, in sintesi l’acqua non deve contenere nemmeno mezzo microgrammo di arsenico per litro.

E’ infatti accertato, che l’arsenico e’ classificato dall’Agenzia internazionale di ricerca sul cancro (Iarc), come elemento cancerogeno certo di classe 1 e posto in diretta correlazione con molte patologie oncologiche, e in particolare con il tumore del polmone, della vescica, del rene e della cute.

“Aumentano – continua l’appello – sempre più segnalazioni che lo correlano anche ai tumori del fegato e del colon. L’assunzione cronica di arsenico, soprattutto attraverso acqua contaminata, e’ indicata inoltre da una cospicua e rilevante documentazione scientifica anche quale responsabile di patologie cardiovascolari, neurologiche, diabete di tipo 2, lesioni cutanee, disturbi respiratori, disturbi della sfera riproduttiva e malattie ematologiche”.

La tossicità dell’arsenico, può superare la barriera placentare e quella emato-encefalica e interferire in modo negativo con lo sviluppo del feto, soprattutto delle sue strutture cerebrali.

L’appello sottolinea anche la correlazione con processi biologici che in questo caso creano sinergia “negativa” aumentando i rischi per i soggetti più deboli, infatti: “Come noto, da un punto di vista strettamente biologico il feto e il bambino sono organismi in rapido accrescimento con una complessa e delicata differenziazione ed organizzazione di tessuti, organi ed apparati”. Ed ancora: “Ogni interferenza o alterazione di questo processo armonico di sviluppo, causato ad esempio da infezioni, dismetabolismi, esposizione a droghe, alcool, sostanze tossiche (metalli pesanti, pesticidi, inquinanti ambientali etc.), possono creare le condizioni di successive e gravi malattie nell’infanzia e in età adulta”.

Il sistema immunitario dei bambini, essendo ancora in fase di maturazione, e con un sistema metabolico particolare, poiché consuma quantitativi maggiori di liquidi aria, è più vulnerabili all’azione di molte sostanze nocive.

“La letteratura scientifica internazionale, con sempre maggiori riscontri, – continua l’appello dei medici per l’ambiente – evidenzia il legame tra l’esposizione cronica ad acque ed alimenti contenenti arsenico, in donne in gravidanza e bambini, e molte patologie del neurosviluppo – autismo, disturbo da deficit, disturbo dell’attenzione da iperattività, disturbi dell’apprendimento, della memoria, della capacità di lettura, riduzione del quoziente intellettivo, patologie dell’apparato respiratorio, perdita fetale, aumento dei casi di morte infantile e neoplasie”.

Il Registro tumori italiano (www.registri-tumori.it) rileva che le neoplasie infantili nel nostro paese sono in costante aumento ed e’ sempre più evidente il nesso causale tra queste patologie e fenomeni d’inquinamento ambientale.

E’ necessario ed urgente, che le Istituzioni preposte facciano tutto il possibile per ridurre subito l’esposizione delle popolazioni, e in particolare delle donne in gravidanza e dei bambini, ad ogni sostanza inquinante.

Anche i documenti che la Commissione Europea ha prodotto, mirano a adottare provvedimenti per eliminare l’arsenico dall’acqua destinata al consumo umano.

“Nel frattempo e’ necessario, – prosegue l’Associazione – per una concreta tutela della salute pubblica, come più volte ribadito, che si predispongano subito forme alternative di approvvigionamento idrico, anche mediante autobotti, per tutta la popolazione e in particolare per le donne in gravidanza, i neonati, i bambini, i malati e le industrie alimentari”.

Per concludere è necessario applicare il Nuovo Codice di Deontologia Medica che afferma: “Il medico è tenuto a considerare l’ambiente nel quale l’uomo vive e lavora quale fondamentale determinante della salute dei cittadini. A tal fine il medico è tenuto a promuovere una cultura civile tesa all’utilizzo appropriato delle risorse naturali, anche allo scopo di garantire alle future generazioni la fruizione di un ambiente vivibile. Il medico favorisce e partecipa alle iniziative di prevenzione, di tutela della salute nei luoghi di lavoro e di promozione della salute individuale e collettiva”.

In sintesi, per risolvere il problema è necessaria ogni forma attiva affinché venga  posta in atto ogni iniziativa, affinché le competenti Istituzioni e gli enti preposti, nel rispetto del Principio di Precauzione, operino in modo adeguato e tempestivo perché sia rispettato il diritto alla salute e quanto prescritto dal D. Lgs. 31/2001 e disposto dall’Unione Europea.

Sulla stessa linea il settimanale “Il Salvagente” ha condotto una inchiesta verso le acque in bottiglia, denunciando la presenza di sostanze nocive nelle acque minerali. Evidenziando anche se le stesse acque fluissero dalle nostre case, ne sarebbe vietata la consumazione. In queste acque sono presenti minerali come il berillio, l’alluminio ed il boro, ma la legislazione italiana consente dei limiti dal rubinetto di casa e non in bottiglia.

I dati pubblicati integralmente sul numero in edicola da giovedì 21 luglio sul Salvagente arrivano da una ricerca di un gruppo di ricercatori di 4 università italiane (Università Federico II di Napoli, Università degli Studi del Sannio di Benevento, Università di Bologna, Università di Cagliari) che tra il 2008 e il 2009 ha partecipato a un progetto europeo volto a conoscere lo stato delle acque sotterranee di tutta Europa. I ricercatori della rivista in collaborazione con gli scienziati di EuroGeoSurveys Geochemistry Export Group, hanno raccolto 186 campioni provenienti da altrettante bottiglie di 158 marche di minerali italiane e ne hanno analizzato il contenuto in termini di sostanze chimiche ritenute nocive. Le ricerche del gruppo italiano sono poi confluite nel grande Atlante Europeo delle Acque Minerali che ha tracciato i profili chimici delle acque minerali di 38 diversi paesi europei.

Sempre secondo il Salvagente le acque minerali analizzate sono senza dubbio “peggiori” dell’acqua del rubinetto. “Tra le acque che escono con più di un dubbio da questa indagine, vi sono alcuni nomi noti. È il caso dell’Acqua di Nepi che avrebbe una concentrazione insolita di berillio, alluminio e fluoro. Se le prime due sostanze non sono regolamentate, per quanto riguarda il fluoro la legge italiana, alle concentrazioni riscontrate (1,64 mg/l), richiederebbe l’obbligo di recare in etichetta la scritta “non è opportuno il consumo regolare da parte dei lattanti e dei bambini di età inferiore a 7 anni”.

La necessità di dichiarare ciò che contengono le acque, riguarda alcune carenze e valori diversi, che invece sono stati rilevati dai ricercatori. In particolare “i dati riportati nell’etichetta dell’acqua, – continua il Salvagente – sono diversi e molto più bassi di quelli trovati dai ricercatori, almeno per quanto riguarda il fluoro (il berillio, ci dicono dall’azienda, non viene ricercato nelle analisi perché non è un parametro richiesto dalla legge).

Diverso il discorso sull’alluminio: in questo caso l’azienda ha fatto predisporre nuove analisi (che saranno pubblicate sul sito ad ottobre) e i primi risultati sembrerebbero confermare i valori evidenziati nello studio europeo, ossia una concentrazione intorno ai 300 microgrammi/litro. Un po’ troppo considerando che il limite per le acque potabili è di 200 mcg/l.”.

Di diverso avviso le aziende interessate, alcune disposte a “rivedere” le proprie analisi, altre seccamente smentiscono i dati rilevati dallo studio fatto. “È il caso della Ferrarelle per quanto riguarda il boro e della Levissima (marchio San Pellegrino) che a proposito della concentrazione di nitriti chiarisce che “nelle certificazioni emesse dalle Asl e dall’Università di Pavia viene da sempre rinvenuta nell’acqua Levissima una concentrazione di nitriti regolamentare, inferiore a 0,002 mg/l”. Pertanto “il Gruppo Sanpellegrino ritiene che il valore riportato nella tabella realizzata da EuroGeoSurveys Geochemistry (0,131 mg/l) sia imputabile a una svista, comprensibile considerato la notevole mole di dati presi in esame e il complicato lavoro svolto dai ricercatori e scienziati”.

I consumatori comunque, anche se non sono tenuti controllare i valori apposti in etichetta delle bottiglie, farebbero meglio a verificare sempre le contraddizioni che a volte questi dati contengono. Ne vale  la salute di ognuno di noi.

 

G. De Santis

 

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