IL DOMINIO E L’AMORE

Il dominio dell’uomo sulla donna si distingue da tutti gli altri rapporti storici di potere per le sue implicazioni profonde e contraddittorie. Innanzi tutto, la confusione tra amore e violenza: siamo di fronte a un dominio che nasce e si impone all’interno di relazioni intime, come la sessualità e la maternità. Ci sono parentele insospettabili che molti non riconoscono o che preferiscono ignorare. La più antica e la più duratura è quella che lega l’amore all’odio, la tenerezza alla rabbia, la vita alla morte. Si distrugge per conservare, si uccide per troppo amore, si idealizza l’appartenenza a un gruppo, una nazione, una cultura, per differenziarsi da chi ne è fuori, visto come nemico.

In uno dei suoi saggi più famosi -Il disagio della civiltà (1929)- Freud, dopo aver descritto Eros e Tanatos, amore e morte, come due pulsioni originarie, è costretto a riconoscere che sono meno polarizzate di quanto sembri. E dove l’intreccio è più sorprendente è proprio nel rapporto con l’oggetto d’amore.“L’uomo non è una creatura mansueta, bisognosa d’amore, capace, al massimo di difendersi se viene attaccata; ma occorre attribuire al suo corredo pulsionale anche una buona dose di aggressività. Ne segue che egli vede nel prossimo non soltanto un eventuale aiuto e oggetto sessuale, ma anche un invito a sfogare su di lui la propria aggressività, a sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, ad abusarne sessualmente senza il suo consenso, a sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, ad umiliarlo, a farlo soffrire, a torturalo e a ucciderlo.”

Anziché limitarsi a deprecare la violenza, invocando pene più severe per gli aggressori, più tutela per le vittime, forse sarebbe più sensato gettare uno sguardo là dove non vorremmo vederla comparire, in quelle zone della vita personale che hanno a che fare con gli affetti più intimi, con tutto ciò che ci è più famigliare, ma non per questo più conosciuto. (…)

Nessuno sembra trovare inquietante che il corpo su cui l’uomo si accanisce sia quello che gli ha dato la vita, le prime cure, le prime sollecitazioni sessuali, un corpo che l’uomo ritrova nella vita amorosa adulta, e con cui sogna di rivivere l’originaria appartenenza intima a un altro essere.

Ma è anche il corpo che lo ha tenuto in sua balìa nel momento della maggiore dipendenza e inermità, che poteva dargli la vita o la morte, accudimento o abbandono. Confinando la donna nel ruolo di madre, facendola custode della casa, dell’infanzia, della sessualità, l’uomo ha costretto anche se stesso a restare eterno bambino, a portare una maschera di virilità sempre minacciata.

La fuga dal femminile, da cui si può pensare abbia tratto la sua spinta più profonda la comunità storica degli uomini, è anche fuga dai bisogni infantili, che restano così fermi in una immobilità senza tempo. La famiglia prolunga l’infanzia ben oltre il bisogno del singolo individuo, costruisce legami di indispensabilità reciproca e arma silenziosamente la mano che tenterà di strapparli. Il luogo che tutti vorremmo al riparo di una società sempre più conflittuale conserva il più lungo e il più enigmatico dei domini che la storia ha conosciuto: la guerra mai dichiarata che porta l’uomo, mosso da desideri e paure antiche, a celebrare i suoi trionfi sul corpo femminile con cui è stato tutt’uno e con cui torna a confondersi nell’abbraccio amoroso. Se l’uomo fosse solo il dominatore, il vincitore sicuro di sé, non avrebbe bisogno di umiliare e uccidere. Confinando la donna nel ruolo di madre, è come se le avesse permesso di protrarre ben oltre l’infanzia quel potere materiale e psicologico che ha esercitato su di lui bambino. Il potere che viene da rendersi indispensabile all’altro è tuttora, per la donna, il più forte contrappeso alla sua mancata realizzazione come individuo, cittadina a tutti gli effetti.

L’altra contraddizione, strettamente legata alla prima, è il fatto che a prendere il sopravvento, a porsi come padrone, è il sesso che si trova all’origine – e per certi aspetti essenziali alla sua sopravvivenza anche nella vita adulta – nella posizione di maggiore debolezza. Prima che marito, padre possessivo, autoritario e violento, l’uomo è nato di donna, tenero figlio. La tentazione di attribuire alla società il passaggio del maschio dall’amore alla violenza – e cioè l’addestramento all’esercizio del potere da parte di una comunità di simili- è sicuramente più rassicurante che pensare a una ambivalenza di sentimenti già presente nelle relazioni più intime. (…)

Una prima grande rivoluzione nell’analisi del sessismo è stata quella del movimento delle donne degli anni ’70. L’attenzione si spostava dalla sfera pubblica alla vita personale, dalla “questione femminile”  -svantaggio sociale, minorità giuridica e politica delle donne, trattate alla stregua di qualsiasi minoranza- al “rapporto tra i sessi”. Nel momento in cui si prendeva coscienza di aver interiorizzato la visione maschile del mondo, era inevitabile che l’attenzione si concentrasse sulla ricerca di una autonomia nel modo di pensarsi e di sentirsi: conoscenza del proprio corpo, scoperta e legittimazione di una sessualità propria, separata dalla procreazione, diritto a interrompere gravidanze non desiderate. Furono questi i temi centrali dei gruppi di autocoscienza e di pratica dell’inconscio, che vedevano nella psicanalisi un sapere essenziale per non cadere nell’ideologia.  Su un altro versante, più vicino alla cultura marxista e al movimento operaio, c’erano gruppi come Lotta Femminista che analizzavano la maternità, la cura di figli e famigliari come produzione e riproduzione della forza lavoro necessaria al capitale, lavoro gratuito elargito in nome dell’amore, e strettamente legato all’economia generale.

In entrambi i casi restava in ombra, non esplorato quanto meritava, l’aspetto più ambiguo, più contraddittorio, del rapporto di potere tra i sessi, e cioè l’amore: amore tra la madre e il figlio, tra la donna e l’uomo.  (…)

L’amore è sicuramente l’esperienza dove è più difficile tracciare un confine netto tra il destino dell’uomo e della donna, dove il creatore, a “differenza di un Pigmalione egocentrico e dominatore” si vive come “la creatura della sua creatura”. Nella diade amorosa passano momenti di fusione perfetta, ma anche capovolgimenti continui di posizioni e di ruoli: tra il possedere e l’essere posseduti, il conquistare e l’essere conquistati, il generare e il nascere. Forse non era possibile portare alla coscienza la sessualità cancellata della donna senza svincolarla dalla maternità e dall’amore, per i quali la donna ha rinunciato spesso a un  piacere proprio. Occorreva uno strappo, il gesto provocatorio con cui Rivolta Femminile, all’inizio degli anni ’70, affermava perentoriamente:

“Il sesso femminile è la clitoride, il sesso maschile il pene…nell’uomo il meccanismo del piacere è strettamente connesso alla riproduzione, mentre nella donna meccanismo del piacere e meccanismo della riproduzione sono comunicanti, ma non coincidono”.

Quando Carla Lonzi definisce “colonizzata” la “donna vaginale”, colpisce nel segno di una secolare sottomissione femminile al piacere dell’uomo, ottenuta spesso con la violenza. Ma è costretta a mettere in ombra il fatto che accogliere dentro di sé il genitale maschile, anche senza piacere proprio, va incontro a fantasie , desideri legati alla forma primordiale dell’amore, la singolare, irripetibile unità a due che formano insieme la madre e il figlio, prima della nascita e nel periodo immediatamente successivo.

Si può ipotizzare che sia la sovrapposizione immaginaria tra la nascita e il coito a prolungare nella vita adulta, nella relazione di coppia, l’Eros in quella che Freud definisce, nel Disagio della civiltà, la sua “essenza”: “fare di più d’uno uno”. Ma anche a far sì che l’uomo da figlio, creatura inerme, possa venire a occupare la posizione di dominio che ha visto nella madre, e, nel medesimo tempo, riattraversare da vincitore il trauma della nascita e della sua iniziale fragilità. Nel coito si può pensare che si intreccino e si confondano il desiderio di perdersi nell’indistinzione col corpo da cui si è stati generati e la fuga dal pericolo di un nuovo assorbimento. Anche senza arrivare allo stupro, c’è un tratto violento della sessualità maschile genitale, penetrativa  -limitante anche per l’uomo- che ha a che fare con paure profonde.
Il corpo femminile che l’uomo incontra nella vita amorosa adulta non può non riattivare l’esperienza originaria del corpo materno, evocare la tenerezza della fusione e insieme la paura di perdere la propria autonomia: fragilità, impotenza, senso di inglobamento. A mantenere così viva la memoria del corpo ha evidentemente contribuito l’ideologia che ha identificato la donna con la madre e costretto di conseguenza l’uomo a convivere con la sua infanzia. (…)

Che sia intorno alla nascita e al coito  -al loro immaginario sovrapporsi e confondersi- che prende forma il dominio maschile, è chiaro sia nella lettura mitologica che ne fa Bachofen, sia in quella romantica di J.Michelet.

Scrive Bachofen:“La donna precede, l’uomo segue; la donna viene prima, l’uomo verso di lei è in rapporto filiale; la donna è, l’uomo nasce da lei come suo primo frutto…Nell’ambito dell’esistenza fisica, il principio maschile è al secondo posto, subordinato al principio femminile (…) così il figlio diviene lo sposo, il fecondatore della madre, il padre stesso (…). Da figlio, diviene fecondatore della madre; da generato, generatore, e dinanzi a lui sta sempre la medesima donna, di volta in volta madre e sposa. Il figlio diviene il padre di se stesso.

I protagonisti posti all’inizio, la madre e il figlio, ricompaiono nella fase finale del processo in posizione capovolta. La linea orizzontale del divenire storico si trasforma in un cerchio, una specie di cortocircuito istantaneo che salda insieme inizio e fine, origine e storia, madre e figlio, donna e uomo. In sequenza rapida passano e si sovrappongono la figura del figlio, dell’uomo fecondatore e del padre, che a questo punto ha preso su di sé tutto il potere creativo e l’onnipotenza che aveva creduto essere della madre. Il coito prende forma dalla nascita e a sua volta le da forma. E’solo l’anello di trasmissione da un dominio all’altro, la presa di possesso che segna il chiudersi del cerchio in posizione rovesciata.  (…)
Il legame tra inermità, dipendenza e dominio nell’esperienza maschile appare invece in modo esplicito nel saggio di Sàndor Ferenczi, Thalassa (1924): “L’uomo è dominato da una tendenza regressiva che mira a ristabilire la situazione intrauterina (…) Verso la fine dello sviluppo libidico, il bambino ritorna al proprio oggetto primitivo, la madre, questa volta però munito di un’arma offensiva più adeguata. La verga erettile sarebbe perfettamente in grado di trovare la strada della vagina materna e in tutto idonea a raggiungere la propria meta.”

“Queste osservazioni (…) ci fanno pensare che il coito sia anche una ripetizione, a livello individuale, della lotta tra i sessi. La donna è la parte perdente: essa lascia all’uomo il privilegio di penetrare effettivamente nel corpo materno, accontentandosi per parte sua di compensazioni fantasmatiche, e soprattutto accogliendo il bambino di cui condivide la felicità.”

Non potendo negare che il desiderio di tornare nel ventre materno sia in entrambi i sessi, Ferenczi è costretto ad attribuire alla donna il “piacere passivo” nel subire l’atto sessuale, l’identificazione immaginaria durante il coito con l’uomo vittorioso, detentore del pene, ma soprattutto l’identificazione col bambino. Del resto questa è anche la lettura che Freud fa dello scacco che subisce la donna nella sessualità: se l’uomo assume come oggetto sessuale le persone che hanno a che fare con la nutrizione, la cura, la protezione del bambino, “cioè in primo luogo la madre o chi ne fa le veci”, per la donna è bambino stesso che diventa un “oggetto sessuale in piena regola”. E così forte è questo spostamento che anche nella vita adulta, conclude Freud, un matrimonio si può considerare riuscito quando la moglie ha fatto del marito il proprio figlio.

Pur partendo da presupposti diversi -l’idealismo romantico per Michelet, la bioanalisi per Ferenczi- il dominio maschile percorre traiettorie simili: per garantirsi la possibilità del ritorno, sia pure immaginario, alla originaria beatitudine dell’unità a due, la continuità delle cure materne, era necessario che la donna restasse madre, depotenziata di una sessualità e di una esistenza propria, a tal punto da doversi immedesimare totalmente con l’uomo o prendere su di sé la fragilità, l’inermità, che era stata del figlio. (…)

Per celebrare la sua autonomia, la sua libertà nella sfera pubblica l’uomo ha avuto bisogno di cancellare i suoi vincoli biologici, la nascita dal corpo femminile e tutto ciò che quel corpo continua a rappresentare per lui: la fragilità, la mortalità, la dipendenza dei primi anni di vita. Pur continuando ad esaltarla immaginativamente, sulla donna l’uomo ha proiettato la sua debolezza, la sua caduta, la sua colpa, o semplicemente il retaggio della sua radice animale, e quindi dei suoi limiti di vivente. Per svilirne la potenza -materna ed erotica- l’ha costretta a vivere di vita riflessa, a incarnare le sue paure e i suoi desideri, la sua salvezza o la sua dannazione. Ma insieme a lei ha dovuto in qualche modo svilire il suo corpo e tutte le passioni che lo attraversano. Ciò significa che attraverso l’immagine che l’uomo si è fatto dell’altro sesso passa un conflitto tutto interno al maschile, tra inermità e potere, dipendenza e cancellazione di ogni legame,  corporeità e pensiero, sentimenti e ragione. (…)

Lea Meandri

FONTE: http://www.zeroviolenzadonne.it/index.php?option=com_content&view=article&id=7782:il-dominio-e-lamore&catid=209&Itemid=0

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