2. Edward Burtinsky #5DCE05

MAST presenta con Industria, oggi una riflessione sulla rappresentazione del paesaggio industriale.

 

14 Maggio – 6 Settembre 2015

MAST PhotoGallery – Via Speranza, 42 – Bologna

La  mostra, proposta dal curatore della collezione di fotografia industriale di MAST Urs Stahel, espone le immagini di artisti che, perdutasi l’incisività della fotografia industriale in senso classico degli anni Sessanta e Settanta del Novecento,  si interessano oggi ai processi produttivi e al loro legame con la società, indagando sui rapporti di forza e sull’influenza dell’industria sull’uomo e la natura.

Olivo Barbieri, per esempio, nella sua fotografia lunga sette metri raffigurante l’interno di uno stabilimento Ferrari, mostra come i capannoni siano ormai ambienti chiari, luminosi, arredati con grandi, verdi “piante da appartamento”, ma totalmente deserti; Henrik Spohler e Vincent Fournier ci guidano attraverso un mondo di dati e prodotti, un mondo sempre più invisibile in cui ormai solo i cartelli aiutano a orientarsi. Carlo Valsecchi fotografa impianti produttivi contemporanei come fossero sculture a tuttotondo di una “industrial fiction”. Trevor Paglen sembrerebbe prediligere la pura fotografia del cielo, se le molte strisce bianche non indicassero la presenza di orbite satellitari e sistemi di sorveglianza militare a elevata tecnologia. Nell’opera dal titolo “Tokamak Asdex Upgrade Interior 2”, Thomas Struth si occupa della ricerca tecnologica del Max-Planck-Institut, mentre Vera Lutter, nelle sue scure immagini stenoscopiche, continua a incentrare il proprio lavoro sull’oppressione, l’imponenza degli impianti industriali, mentre Miyako Ishiuchi documenta la centenaria produzione della seta in Giappone.

Anche nella nostra epoca postmoderna, postindustriale, altamente tecnologica, il possesso e l’uso dei mezzi di produzione e delle competenze creano molteplici disuguaglianze sociali. Se Jacqueline Hassink, Allan Sekula e Bruno Serralongue si occupano di interrogativi e differenze all’interno della società, Ad van Denderen e Jim Goldberg contrappongono alle bianche fabbriche vuote le variopinte, flemmatiche correnti migratorie. Ed Burtinsky mostra dove e come vengano riciclate le grandi navi da carico, mentre la fotografia di Sebastião Salgado ricorda che, accanto agli impianti automatizzati, esistono ancora aree del mondo in cui si produce sfruttando intensamente la forza lavoro.

 

4. Mitch Epstein Ind#5DCFA4Side event della mostra: il film-work dal titolo “…Stromness…”  realizzato nel 2005 da Simon Faithfull che mostra la stazione baleniera raggiunta nel 1917 dal noto esploratore Sir Ernest Shackleton, attualmente abbandonata, situata nella costa settentrionale della Georgia del Sud, e il film essay  The Forgotten Space di Allan Sekula e Noël Burch, documentario sul sistema, spesso obsoleto e fonte di gravi danni per il nostro pianeta, del trasporto per mare tramite containers, vincitore nel 2010 del Premio Speciale della Giuria Orizzonti alla Biennale del Cinema di Venezia.

 

*Segue elenco completo dei fotografi  e  informazioni sulla mostra

 

La mostra aprirà al pubblico giovedì 14 maggio 2015 dalle ore 17.00, dopo la conferenza stampa, con proiezioni side event a partire dalle 18.30.

 

9. Vera Lutter Indus#5DCDB5Elenco completo dei fotografi:

 

Olivo Barbieri /Edward Burtynsky / Ariel Caine / Stephane Couturier /Ad van Denderen / Mitch Epstein /Simon Faithfull  /Vincent Fournier /Peter Fraser /Jim Goldberg /Brian Griffin /Jacqueline Hassink /Miyako Ishiuchi /Richard Learoyd /Vera Lutter /Trevor Paglen /Sebastião Salgado /Allan Sekula /Bruno Serralongue /Henrik Spohler /Thomas Struth /Hiroshi Sugimoto /Carlo Valsecchi /Massimo Vitali

 

Livello 0
Side event

“…Stromness…” di Simon Faithfull  durata 12’

Forgotten Space di Allan Sekula e Noël Burch durata 112’

Proiezioni: da martedì a sabato alle ore 15.00 e alle ore 17.00 e domenica anche alle ore 11.30.

 

MAST

Via Speranza 42, Bologna, Italia

14 maggio –  6 settembre 2015

Orari di apertura

Martedì – Domenica  10.00-19.00

Ingresso gratuito

Informazioni :

press@fondazionemast.org

www.mast.org

12. Thomas Struth In#5DCE1AINDUSTRIA OGGI

Immagini contemporanee dalla Collezione MAST di fotografia industriale

Urs Stahel

La fotografia industriale in senso classico è stata interessante fino agli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, sin quando, cioè, la fotocamera professionale, il treppiede, i grandi riflettori e flash da studio, i preparativi minuziosi e una tecnica del ritocco ben congegnata sia sul negativo, sia sulla stampa, restituivano l’immagine precisa, eccezionalmente nitida dell’industria. E questo era il compito richiesto al fotografo industriale. Nei grandi stabilimenti esistevano appositi uffici dedicati alla comunicazione, con fotografi, ritoccatori, litografi incaricati di produrre una documentazione fotografica il più possibile perfetta.

Con le ristrutturazioni aziendali, i passaggi di proprietà, i controlli di gestione più rigorosi, negli ultimi trent’anni molte imprese non solo hanno gettato via tonnellate di storia per immagini, ma hanno affidato la propria documentazione fotografica a circoli amatoriali interni o alla velocità di fotografi esterni che usavano il piccolo formato. La conseguenza è stata un deciso peggioramento, una perdita d’incisività della fotografia industriale; per qualche tempo è svanito ciò di cui andava fiera: la raffigurazione immanente di macchine, architettura, processi lavorativi e prodotti. Poi, la sempre maggiore invisibilità dell’universo produttivo, dovuta alla tecnologizzazione, alla digitalizzazione, alla delocalizzazione dell’industria pesante in paesi lontani dai salari più bassi, ha peggiorato la situazione.

14. Massimo Vitali I#5DCE04Ma le industrie hanno continuato a lavorare e svilupparsi, hanno trasferito e velocizzato i loro impianti e processi produttivi. Oggi utilizzano nuovi materiali, nuovi dispositivi elettronici di comando, nuovi procedimenti tra cui la stampa 3D. Analogamente alla “rivoluzione culturale” che ha caratterizzato gli anni Sessanta e Settanta, la società industriale è stata interessata in Occidente da un secondo rivolgimento: la “rivoluzione high-tech” che, a sua volta, ha portato spiccati mutamenti nella vita e nel lavoro, ha prodotto la svolta verso la società dei servizi, ha proiettato il mondo nella cosiddetta epoca postindustriale. L’espressione indica l’era in cui la tecnologia è in prima linea: grazie a innovazioni tecniche radicali e alla stretta interazione tra industria e ricerca, è stata in grado di sviluppare nuove soluzioni che hanno modificato sostanzialmente la concorrenza sul mercato. «Non sono i fattori “lavoro” e “capitale”, tanto meno la produttività delle risorse materiali ed energetiche o la risorsa per eccellenza, l’informazione, a rappresentare la chiave del cambiamento strutturale socio-economico, bensì i fattori produttivi “ricerca” e “tecnica”» (Rolf Kreibich, Die Wissensgesellschaft, Köln 1986). Oggi poi, l’economia e la società mutano ancora più rapidamente grazie ai progressi nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, ed a internet. La rivoluzione informatica ha dato una nuova fisionomia alle nozioni di spazio e tempo, modificandone profondamente il rapporto nella società postindustriale. «Le società del passato […] erano radicate nello spazio e nel tempo. Erano tenute insieme da autorità politiche o amministrative organizzate su base territoriale e/o dalla storia e dalle tradizioni. La rivoluzione industriale ha innescato un progresso nello stato nazionale, sostituendo ai ritmi, alla cadenza della natura il passo della macchina. [...] Il computer, simbolo dell’epoca dell’informazione, pensa in nanosecondi, in migliaia di microsecondi. Di conseguenza, insieme all’innovazione tecnologica nel campo della comunicazione, crea una cornice spazio-temporale radicalmente nuova per la moderna società industriale» (Krishan Kumar, From post-industrial to post-modern society. New theories of the contemporary world, Blackwell, Malden MA 2005).

Scomparsa al più tardi negli anni Ottanta la fabbrica in senso tradizionale – buia, sporca, inquinante – in Europa è emersa una nuova tipologia di stabilimento: lo showroom. In special modo nei  grandi gruppi industriali, i processi produttivi vengono rappresentati e allestiti come pièce teatrali: la fabbrica diventa anche  uno spazio espositivo aziendale orientato alla vendita. Nel mondo occidentale la fabbrica, la produzione sono inserite intenzionalmente nella vita culturale. Ne è un esempio la “fabbrica di vetro” che la Volkswagen ha costruito a Dresda per la produzione della Phaeton. Lo stabilimento si fa insieme luogo culturale e produttivo, assume persino carattere sacrale: può essere preso in affitto per allestire eventi e addirittura per celebrare matrimoni. “Qui viene montata, con pezzi provenienti da produzioni esterne, un’unica automobile: la berlina Volkswagen di classe superiore Phaeton. La fabbrica di vetro serve all’impresa soprattutto per creare un’aura intorno al prodotto, risorsa intangibile di promozione del marchio a vantaggio del cliente. [...] I visitatori dell’impianto assistono alla produzione della Phaeton come a uno spettacolo. Il processo produttivo diventa parte integrante del marketing aziendale” (Julia Franke, Von der Produktion zur Performance. Fotografie der Dienstleistungsgesellschaft, 2010).

Ma basta osservare il mondo nel suo complesso per accorgersi della coesistenza, a seconda della regione, della latitudine, della cultura o del livello di sviluppo, di industrie e società preindustriali, industriali e postindustriali. Mentre in Europa, in un’economia basata prevalentemente sui servizi, le industrie sembrano ormai concentrarsi sulla ricerca, lo sviluppo, la gestione, altrove si continua a produrre a pieno regime, rilasciando fumi e gas di scarico nell’atmosfera. Ma l’influenza della produzione sulla società non è diminuita. Se ancora oggi possiamo ammirare immagini che informano e fanno riflettere sull’industria, non lo dobbiamo più ai pochi fotografi ancora rimasti all’interno delle aziende, ma agli artisti, alla particolare attenzione di fotografi spesso di impostazione concettuale che si interessano ai processi produttivi e al loro legame con la società.  Grazie  alle domande che essi si pongono in merito ai rapporti di forza e all’influenza dell’industria sull’uomo e la natura ci continuano ad arrivare immagini istruttive dal gigantesco, colossale universo della produzione.

Con la mostra “Industria oggi” il MAST presenta, nella PhotoGallery, l’immagine dell’industria contemporanea nelle fotografie di ventiquattro artisti e fotografi moderni. Olivo Barbieri, per esempio, nella sua fotografia lunga sette metri raffigurante l’interno di uno stabilimento Ferrari, mostra come i capannoni siano ormai ambienti chiari, luminosi, arredati con grandi, verdi “piante da appartamento”, ma totalmente deserti. Come per la Ferrari, anche nel caso della BMW o, come abbiamo visto, della Volkswagen, le fabbriche si trasformano in palcoscenici: «In due ore e mezzo di visita», recita il testo assai intrigante di una guida agli stabilimenti BMW di Lipsia, «potrete assistere alla coreografia dal sincronismo perfetto degli oltre ottocento robot che operano nella zona carrozzeria, al lavoro di precisione eseguito dai robot nell’unità di verniciatura e all’allestimento dei veicoli, effettuato manualmente nell’area montaggio. Qui ogni BMW diventa un pezzo unico e personalizzato». Henrik Spohler e Vincent Fournier ci guidano attraverso un mondo di dati e prodotti, un mondo sempre più invisibile in cui, ormai, solo i cartelli aiutano a orientarsi, perché lo spazio e il tempo hanno perso la loro funzione di principali canoni regolativi. Carlo Valsecchi fotografa impianti produttivi contemporanei come fossero sculture a tuttotondo di una “science and industrial fiction”, un universo high-tech che influenza sempre più la nostra vita quotidiana. Trevor Paglen sembrerebbe prediligere la pura fotografia del cielo, se le molte strisce bianche non indicassero la presenza di orbite satellitari e sistemi di sorveglianza militare a elevata tecnologia. Ogni quattordici giorni il mondo viene fotografato e riprodotto in toto da telecamere satellitari di cui approfitta Ariel Caine per le sue riprese aeree di impianti industriali. Nell’opera dal titolo “Tokamak Asdex Upgrade Interior 2”, Thomas Struth si occupa della ricerca tecnologica del Max-Planck-Institut. Nelle sue immagini, l’artista non mostra fabbriche, ma centri di ricerca, sottolineando lo stretto legame tra scienza e tecnologia nella società postindustriale. Queste fotografie rappresentano un commento critico alla nostra fede nel progresso tecnico e scientifico. Vera Lutter, dal canto suo, nelle sue scure immagini stenoscopiche, continua a incentrare il proprio lavoro sull’oppressione, l’imponenza degli impianti industriali, mentre Miyako Ishiuchi documenta in un’ottica moderna la centenaria produzione della seta in Giappone. Infine Richard Learoyd celebra un’elegia dei trasporti, della logistica nell’ambito della produzione e gestione industriale.

Anche nella nostra epoca postmoderna, postindustriale, altamente tecnologica, il possesso  e l’uso dei mezzi di produzione e delle competenze creano molteplici disuguaglianze sociali. Se Jacqueline Hassink, Allan Sekula e Bruno Serralongue si occupano di interrogativi e differenze all’interno della società, Ad van Denderen e Jim Goldberg contrappongono alle bianche fabbriche vuote le variopinte, flemmatiche correnti migratorie. L’opera di Brian Griffin riproduce il linguaggio del corpo dei CEO e dei manager. Ed Burtynsky mostra dove e come vengano riciclate le grandi navi da carico, mentre la fotografia di Sebastião Salgado ricorda che, accanto agli impianti automatizzati, esistono ancora aree del mondo in cui si produce sfruttando intensamente la forza lavoro. Infine, nella fotografia di Mitch Epstein, due ciminiere fanno a gara nell’emettere il fumo.

La mostra presenta opere di Olivo Barbieri, Edward Burtynsky, Ariel Caine, Stephane Couturier, Ad van Denderen, Mitch Epstein, Simon Faithfull , Vincent Fournier, Peter Fraser, Jim Goldberg, Brian Griffin, Jacqueline Hassink, Miyako Ishiuchi, Richard Learoyd, Vera Lutter, Trevor Paglen, Sebastião Salgado, Allan Sekula, Bruno Serralongue, Henrik Spohler, Thomas Struth, Hiroshi Sugimoto, Carlo Valsecchi e Massimo Vitali.  Come side event,  al livello 0 del MAST,  vengono proiettati i film di Simon Faithfull e Allan Sekula/Noël Burch.

 

 

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