LA POPOLARITA’ UCCIDE.

 

La recente dipartita di Whitney Houston (l’11 Febbraio 2012) a 48 anni lascia un vuoto incolmabile per chi ha ascoltato le sue canzoni nell’arco di decenni: ora anche lei ha raggiunto “l’Olimpo” degli artisti che hanno dedicato la loro vita alla popolarità planetaria cercata spasmodicamente, incessantemente, con perseveranza, metodo, ferrea volontà, e l’hanno persa proprio attraversando il palcoscenico della visibilità assoluta che per molti anni hanno cercato di dominare; per non parlare di tenere a bada gli innumerevoli squali, avvoltoi, e iene che sfruttano biecamente individui che vengono ritenuti talentuosi ed inesorabilmente spolpati.

Il ”marchio di fabbrica” nell’iconografia videoartistica - quello del successo totale – non lascia scampo: sei nei cuori dei tuoi fans che ti seguono, ti giudicano, ti immaginano, ti sognano, ti adorano ogni minuto secondo della loro vita e soprattutto ti “consumano”. 

Gli estimatori dei videoartisti ancora non si erano ripresi completamente da un’altra tragica fine – quella di Amy Winehouse, a Luglio dell’anno scorso – che un’altra tegola si abbatte improvvisa nel loro immaginario.

Queste due stelle in declino che non brilleranno mai più (se non a futura memoria) erano ancora troppo giovani per restare silenti per sempre, avrebbero avuto ancora molto da proporre. 

E’ il destino crudele di chi vive una vita al limite della psicopatologia, o forse proprio per questo motivo la catarsi degli artisti è quella di liberarsi della propria personalità che non piace, per costruirne una nuova passando per il sentiero artistico, che se ti sfugge di mano non la riprendi più.

E’ andata meglio per fortuna ad un’altra icona mondiale dell’industria dello spettacolo, Angelina Jolie, che in un’intervista rilasciata a Matthew Garrahan del Financial Times il 29 Luglio 2011, rivela pubblicamente una vita fatta di eccessi di droghe di ogni genere e tipo – inevitabile corollario interpretativo personale della realtà non percepita dalle masse - ma a queste ultime dedicata necessariamente per mera sopravvivenza ed essenzialità. C’è da dire però che l’articolo verte più sul suo debutto come regista del film “The land of blood and honey“, piuttosto che sui dettagli del suo passato tossico, relegati ad un elenco in appendice degli ultimi 30 anni della sua vita.

L’uso di droghe, alcol, e stimolanti di ogni genere è un capitolo inevitabile nel diario personale della scalata al successo artistico, non foss’altro per il fatto che il costante dare-avere emotivo della vita di ogni artista si basa proprio su questo scambio: il bisogno continuo di essere al centro dell’attenzione; e da questo bisogno si finisce poi per esserne schiavizzati se non ci si costruisce una solidissima corazza che pone uno schermo per attutirne l’impatto e fortificare la fragilità che via via diventa sempre più evidente ed insopportabile dato l’invariabile “svuotamento emotivo”.

Il prezzo da pagare è altissimo. L’industria dello spettacolo è ciò che la parola stessa descrive: una massificazione necessaria ed assoluta della frammentazione della personalità umana che appunto è introiettata dalle masse (il pubblico), ed è parte della vita di ognuno che si identifica nelle tue proposte artistiche.

Che la differenza tra essere musicisti o attori/attrici/registi/e, possa essere la discriminante che ti salva la vita? Dopo tutto le dichiarazioni alla portata del pubblico di Angelina Jolie sono uno shock tanto quanto le cronache delle vite dissolute in termini di eccessi di intossicanti di Amy Winehouse e Whitney Houston.

D’altronde – come detto - l’impatto che gli artisti hanno con il loro pubblico è esclusivo ed incondizionato; ma alla fine costringe loro, che all’inizio della propria carriera artistica imponevano al pubblico visibilità in dosi eccessive e massicce, a temere susseguentemente di farsi riconoscere per strada, mascherandosi il più possibile con occhiali da sole, cappelli, barbe finte, sciarpe e quant’altro. Tale è l’inevitabile conseguenza del successo raggiunto; si passa anni ed anni tentando di uscire dall’anonimato e quando finalmente si arriva ad un certo livello di successo si fa di tutto per tornare indietro a quando si era assolutamente anonimi.

(Questa dicotomia, questa contraddizione in termini, questo essere tutto ed il contrario di tutto – dentro tutto c’è la sua negazione -, sarebbe un po come se l’odio feroce per il tuo nemico fosse la ragione ultima della tua esistenza; senza il tuo nemico non avresti l’oggetto del tuo odio costantemente presente. Mi scuso profondamente, con molta umiltà, con grande rispetto se perseguitando per anni il mio nemico alla fine decido di entrare in azione, e, armato, miro con precisione e faccio fuoco alla sua rotula, pensando: “scusa se ti sto fracassando il menisco ed i legamenti crociati, se ti rendo per sempre zoppo, non ti uccido, ma faccio tutto con il massimo del rispetto, con grande umiltà, e forse ho anche la benedizione divina”).

Questa costante doppiezza certo non depone a favore di una benefica salute mentale, e l’uso di sostanze che ti alienano da una realtà del genere è quasi un passaggio obbligato.

Certo è che un attore o un’attrice “filtrano” l’impatto col pubblico attraverso l’opera finale (un film), diversamente da quelli teatrali che col pubblico hanno un rapporto diretto come pure i musicisti tipo Whitney Houston ed Amy Winehouse. (Incidentalmente, Whitney Houston fu anche attrice ma nasce principalmente come cantante).

La stessa spasmodica, feroce, ricerca di popolarità è ancora più evidente in una categoria sociale che fa della popolarità nazionale la propria ragione di vita: la classe politica. Tale categoria quasi sempre sfocia nel populismo però, conseguenza inderogabile della popolarità acquisita.

Tuttavia, in questo senso, sembrerebbero esserci novità nel nuovo corso inaugurato dal Presidente del Consiglio Mario Monti.

Nell’intervista del numero di Febbraio 2012 al settimanale americano Time, il corrispondente da Roma Michael Schuman mette in risalto le parole di Monti che sembrano voler sottolineare l’importanza di alcuni messaggi subliminali, cifrati, che si desumono piuttosto chiaramente dalle sue affermazioni: “L’Italia ha accumulato un enorme debito pubblico perché i governi precedenti erano troppo a stretto contatto con la vita dei cittadini comuni, troppo ben disposti a soddisfare le richieste di tutti, agendo così contro gli interessi delle generazioni future“.

Ancora più rilevanza ha l’idea che Schuman si fa di Monti sostenendo che: “Monti non ha mai ricevuto nessun incarico politico e non si è mai candidato in nessuna elezione, e i suoi amici pensano che no lo farà mai. Tuttavia, Monti ritiene che questo distacco sia un vantaggio. L’intimità che c’è tra i politici e il loro elettorato dimostra quanto questa sia dannosa e fonte di guai per il Paese”.

Appare del tutto evidente perciò, il significato di una filosofia “montiana” che vorrebbe cambiare completamente il corso degli eventi; e di come la politica italiana abbia avuto bisogno per lunghi secoli del consenso delle masse popolari in una realtà di mutuo rapporto di “rappresentanza ricattatoria”; che poi è la base principe del rapporto perverso che la politica ha con il crimine organizzato che in virtù della propria ”rappresentanza elettorale” garantisce consenso e popolarità di questo o quel politico, emanazione diretta delle cosche e delle cricche, che bypassano la giusta e democratica rappresentatività popolare della maggioranza delle persone oneste.

L’inizio è proprio da qui. La corruttela garantisce consenso e preferenze: e se una libera interpretazione del pensiero montiano possa avere un certo rilievo, allora sembra che egli voglia dirci che la politica debba tornare nel suo ambito di élite.

Infatti Schuman conclude il suo articolo evidenziando il Monti-pensiero con la seguente frase: “Altri verranno” dice Monti, “e si renderanno conto che l’opinione pubblica non tollererà più conflitti politici ogni giorno, con l’obiettivo di distruggere il tuo avversario e non quello di salvare il Paese“; e Schuman aggiunge laconico: “L’Italia e l’intera economia globale può solo sperare che si vero”.

Il Presidente del Consiglio pone domande e riflessioni che fanno e faranno dell’italico costume per il gusto della polemica un baluardo del suo operato; la questione infatti rimane irrisolta: è la popolarità planetaria cercata con tutti i mezzi possibili che alla fine non controlli più, che ti riduce a massacrarti il cervello con l’uso di sostanze che ti aiutano a scappare da questa realtà, o è il contrario?

Forse un po di “distacco montiano” non guasterebbe.

 

 

Marco Rossi.

 

 

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