CRONACA DI UNA RIBELLIONE NON PIU’ SILENZIOSA.

 

Eppure siamo in uno stato democratico ove vigono i principi della costituzione, un paese affannato di leggi, leggine, provvedimenti di vario tipo, eppure tentiamo di pensare in positivo, sempre. Forse fa parte del nostro Dna italico l’essere a volte superficiali e pigri “domani si vedrà”  eppure proviamo  a ripeterci “ a me non succederà.”

 

Secondo gli ultimi dati Istat, sono oltre sei milioni le donne in età compresa tra i 16 e i 70 anni che dichiarano di essere state vittima di violenza fisica, sessuale e psicologica. Il 14 per cento è oggetto di violenza da parte del proprio partner. E ancora, il 93 per cento delle aggressioni non vengono denunciate. Tutti dati alquanto allarmanti che trovano conferma dall’isituto statistico Eurispes secondo cui negli ultimi nove anni le violenze sulle donne sono aumentate del 300 per cento.

 

Sarebbe infatti plausibile pensare che questa infinita scia di sangue finisca. Che le donne le vere vittime di questa violenza possano ritrovare la fiducia in uno stato latente che dichiara in spot la sua essenza di giustizia e di sicurezza.

 

Ma di certo qualcosa non torna. Non si spiega altrimenti il perché questa infinita cronaca tinta di rosso continui incessantemente.

 

Se dalle lamiere degli autobus la pubblicità enfatizza una protezione assoluta per le donne , noi invece rispondiamo che vorremmo non essere donne in questo specifico contestuale momento della nostra storia. Si perché il nostro ruolo non ci soddisfa non ci pone ad oggi in una posizione egualitaria a quella degli uomini. Loro sono stati sempre e sono il pugno forte della società, una società maschilista ove anche il culto della forza e dei macho viene enfatizzato e gratificato. Mentre le donne subiscono atrocità semplicemente per il fatto di essere donne. A milioni vengono picchiate, aggredite, stuprate, mutilate, assassinate, in qualche modo private del diritto all’esistenza stessa.

 

E veniamo  ora ai  fatti perché in questa lungo  2010 e inizio 2011 tanti gli episodi delittuosi. Tanti da non crederci Nella maggior parte dei casi  sono le ex fidanzate, ex mogli, ex amanti ad essere prese di mira, vittime di uomini che vivono la separazione come una bruciante ferita all’orgoglio. Che vivono il rifiuto come  il declino della loro più profonda essenza di virilità, come un affronto inaccettabile, un evento che scatena deliranti instabili equilibri.

 

Tanto per citare solo alcuni casi. Il 17 giugno a Cerignola, in provincia di Foggia, il 33enne Vito Calefato era venuto a sapere dalla fidanzata polacca Michelina Ewa Wojcicka, di 17 anni, che la ragazza aveva trovato lavoro in un’azienda ortofrutticola di San Ferdinando di Puglia. Una buona notizia, ma questo significava anche, per lei, la possibilità di uscire da sola, incontrare altre persone, farsi nuovi amici. La cosa a Vito (che alle spalle aveva diverse denunce per spaccio) era sembrata intollerabile. E così l’ha uccisa nel garage di casa, con un colpo di 7,65, per poi spararsi alla testa. Vito e Michelina da cinque mesi circa avevano una relazione che lei voleva chiudere. La loro è solo una delle otto storie che nell’ultimo mese hanno macchiato di sangue la cronaca italiana, delitti passionali nati da situazioni di stalking non denunciate o sottovalutate, degenerate con l’omicidio e talvolta, come in questo caso, col suicidio dell’aggressore.

 

A fine giugno, ad esempio, la storia di la storia di Gaetano DeCarlo, 55 anni, pugliese residente a Bergamo. Aveva già ricevuto sette denunce per stalking, ma ha continuato fino all’ultimo a molestare le sue ex amanti. Sonia Balconi di 42 anni e Maria Montanaro, di 36, sono state uccise entrambe a Riva di Chieri, nel torinese, a 11 ore di distanza. Dopo averle ammazzate DeCarlo si è suicidato, lasciando un biglietto sul tavolo dell’appartamento con il quale chiedeva perdono.

E il 2 luglio una tranquilla zona di campagna tra Crema e Treviglio è stata ancora teatro di una tragedia: un camionista di 28 anni, Riccardo Regazzetti, si è sparato alla tempia dopo avere ucciso con tre colpi di pistola la ex, Debora Palazzo, di 19, studentessa che lavorava nella ditta del padre. Da tempo lei aveva confessato, prima alla madre e poi alla sorella, di voler troncare con l’uomo, ma la decisione non era stata naturalmente accettata. Il 3 luglio un altro omicidio a Novara: vittima una 25enne, Simona Melchionda, scomparsa un mese prima dalla sua casa di Oleggio e ritrovata cadavere a San Giorgio Pombia, incastrata in alcuni rovi su una delle sponde del Ticino. A confessare l’assassinio un carabiniere di 28 anni, che ha raccontato di averle sparato e di aver poi gettato il corpo nel fiume. I due, che in passato avevano avuto una relazione, quella sera si erano incontrati malgrado le resistenze della ragazza.

 

E poi ancora  a Spinea, in provincia di Venezia, un negozio di alimenti “bio” si è trasformato nello scenario di una storia d’amore dal finale insanguinato. La titolare Roberta Vanin, 43 anni, è morta dopo essere stata accoltellata più volte dall’ex compagno, Andrea Donaglio, 47 anni, che dopo il delitto ha cercato di uccidersi.

 

Chiara Brandonisio, 34 anni, il suo assassino invece lo conosceva appena: la donna è stata massacrata nel Barese a colpi di spranga, era separata dal 2004 e viveva insieme alla nonna. Secondo gli inquirenti a ucciderla potrebbe essere stato un “amico” conosciuto in chat. L’identità dell’assassino sarebbe già nota alle forze dell’ordine, si tratterebbe di un 60enne di origini calabresi residente nel Piacentino.

 

Stessa atmosfera da brivido anche per un altro omicidio accaduto nei pressi di Roma ai danni di Anna Maria Tarantino, che prima di essere uccisa a pugni in faccia stava andando a fare una passeggiata all’Ikea a Roma. La donna aveva chiesto un passaggio a Leopoldo Ferrucci, conosciuto poco tempo prima. L’uomo però si era sempre dimostrato gentile e disponibile e quel giorno l’aveva persino aiutata a trasportare dei mobili. Ma durante il tragitto le ha fatto delle avance che lei ha rifiutato e lui ha cominciato a picchiarla fino a ucciderla con una lenta e infinita serie di percosse in una agonia continuata per ore fino ad abbandonare il corpo in un campo alla periferia di Roma ove testimonianze alla mano persino le prostitute della zona asseriscono di evitare tanto è desolato e fuori mano.

 

Allora se questi sono solo alcuni fatti e giova ri-scriverli e  ri-leggerli per permeare la nostra mente del dolore straziante di queste donne e delle loro famiglie.

 

Ed  è d’altro canto vero che evidentemente le maglie delle procedure sanzionatorie e persecutorie appaiono troppo larghe. Spesso le storie antefatto dimostrano che quelle stesse vittime avevano più volte denunciato i loro persecutori, avevano dimostrato di essere oggetto di violente minacce, perseguitate  da persone spesso con latenti problemi mentali. Eppure la giustizia dimostra nella sua accezione più ampia e paradossalmente più pura che per applicarsi occorre il verificarsi del temuto accadimento o meglio occorrono avvisaglie che forse si ritengono più gravi e più meritevoli di protezione.

Torniamo a sollecitare ogni donna ad esprimere le sue paure e  i suoi timori.

E a tal proposito ricordiamo che recentemente in Italia è stato attivato un  apposito servizio finanziato dalla Comunità Europea mediante il cd. “Progetto Daphne”. Per fronteggiare il problema delle donne vittime di stalking è stata istituita la “Rete Nazionale Antiviolenza” sostenuta da un numero telefonico di pubblica utilità 1522. Il numero è attivo 24 ore su 24 per tutti i giorni dell’anno ed è accessibile dall’intero territorio nazionale gratuitamente, sia da rete fissa che mobile, con un’accoglienza disponibile nelle lingue italiano, inglese, francese, spagnolo e arabo.

Strumento informativo, di approfondimento e di comunicazione è il portale www.antiviolenzadonna.

 

Simonetta Alfaro

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