libri_scuola170707EDUCAZIONE ALLA CONVIVENZA DEMOCRATICA

PRINCIPI COSTITUZIONALI, SCUOLA E SOCIETA’

In questo periodo storico si parla molto di “rispetto delle regole”, sia in senso verticale, cioè nel rapporto con e verso le istituzioni sopraordinate, vale a dire scuola, Comune, Provincia, Regione fino ai Ministeri ed alle più alte cariche dello Stato, sia in senso orizzontale, cioè nel rapporto tra cittadini, in qualsiasi forma organizzati o non, dalle assemblee condominiali alle normali conversazioni con amici, parenti ed altri.

Questo rispetto di regole minime di civile convivenza, assume importanza maggiore se ci guardiamo indietro e vediamo quello che  in passato è scaturito in termini di scrittura di regole condivise, da conoscere e rispettare fin dalle prime classi della scuola elementare del nostro paese.

I  “Programmi del 1985”, (Dpr 104/85) della scuola elementare, prevedevano e sono ancora in vigore,  principi secondo i quali  si sarebbero dovuti “formare” gli attuali ventenni o trentenni . Quei programmi, ribattezzati da alcuni insegnanti “l’Università di Lilliput”, prevedevano concetti e principi e quindi strumenti che la scuola avrebbero dovuto mettere a disposizione dei ragazzi per formarli i nei momenti di crescita , ed aiutarli nell’evoluzione in modo autonomo per decidere il proprio futuro, o almeno provarci.

Gli aspetti più significativi enunciavano: “il fanciullo sarà portato a rendersi conto che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. (art. 3 della Costituzione o Legge 27 dicembre 1947).

La  responsabilità concreta quindi richiama come prima istituzione la scuola elementare, infatti: “La scuola è impegnata ad operare perché, questo fondamentale principio  della convivenza democratica non venga inteso come passiva indifferenza e sollecita gli alunni a divenire consapevoli delle proprie idee e responsabili delle proprie azioni, alla luce di criteri di condotta chiari e coerenti che attuino valori riconosciuti”.

Le  finalità educative che la scuola avrebbe dovuto o ha parzialmente creato, miravano a fornire al fanciullo: “…le più ampie occasioni di iniziativa, decisione  responsabilità personale ed autonomia e  sperimentare progressivamente forme di lavoro di gruppo e di vicendevole aiuto e sostegno, anche per prendere chiara coscienza della differenza fra “solidarietà attiva” con il gruppo e “cedimento passivo” alle pressioni di gruppo, tra la capacità di conservare indipendenza di giudizio e il conformismo, tra il chiedere giustizia ed il farsi giustizia da sé.

Abbia basilare consapevolezza delle varie forme di “diversità ed di emarginazione” allo scopo di prevenire e contrastare la formazione di stereotipi e pregiudizi nei confronti di persone e culture”.

In questi norme c’è quindi il seme inequivocabile, per la creazione di una società “modello” a cui tutti avremmo dovuto contribuire in un’ottica di reciproco rispetto e di attiva solidarietà e non cedimenti passivi.

Certo questa “convivenza democratica civile” non poteva nascere in uno o due anni, ma sono passati ben 25 anni da quella legge, e penso che, comunque nel DNA dei ragazzi di allora qualcosa deve essere pur rimasto. Quelle  norme andavano oltre, infatti indicavano la strada ai ragazzi di allora affinché: “Siano progressivamente guidati ad ampliare l’orizzonte  culturale e sociale oltre la realtà ambientale, per riflettere anche attingendo agli strumenti della comunicazione sociale sulla realtà culturale e sociale più vasta, in uno spirito di comprensione e di cooperazione internazionale, con particolare riferimento alla realtà europea ed al suo processo di integrazione”.

Sicuramente molti degli attuali giovani hanno assimilato questi principi, penso a quelle scuole pubbliche che si sono fatte carico di attuare quei principi e li hanno ben trasmessi ai ragazzi di allora, credo ad esempio che nel pensiero del “popolo viola” che in questi giorni si sta battendo per difendere i principi costituzionali, si possa trovare il frutto di quel seme.

Molte domande però nel corso degli anni hanno spinto “il mondo degli esperti” a confrontarsi con  “il mondo della quotidianità”, e la domanda comune è stata quella di capire quale è il confine del bambino e quali sono le opportunità che egli ha superato per incontrasi con gli altri.

In sostanza quale società civile stiamo costruendo per l’uomo di oggi e di domani. Gli adulti oscillano tra ruolo di “doganieri”, custodi del confine, e quello di “traghettatori” oltre qualsiasi frontiera, per trovare un punto di equilibrio che possa individuare una nuova responsabilità formativa. Guardando però il nostro pianeta, vediamo che in tre quarti di esso il bambino diventa adulto a pochi anni, forza-lavoro o, peggio ancora, preda di sfruttamento sessuale, mentre nella nostra oasi di precaria opulenza il confine assume complessità quasi schizofreniche.  Negli ultimi anni, da incontri internazionali sul tema, è emerso che: “Troppo spesso , chiediamo ai nostri figli, di sviluppare precocemente forme di autonomia apparenti; allo stesso tempo, le esigenze di protezione e i tempi dilatati della formazione li mantengono nella condizione di nuovi Peter Pan, costretti nella gabbia di un’infanzia e di una adolescenza sempre più prolungate. Inoltre, l’infanzia non è imprigionata da confini invisibili, non solo giuridici?”

Alcune risposte, almeno nell’analisi sembrano emergere da questi incontri: “…la realizzazione di percorsi positivi di integrazione richiede che i più piccoli siano guidati a costruire nuove identità culturali aperte alla relazione e al dialogo con le diversità, in antitesi con le incombenti pulsioni di chiusura, venate di xenofobia”. Anche in questo contesto l’impegno della laicità della scuola pubblica e pluralista diventa un luogo ‘privilegiato’ di confronto e di educazione sociale per garantire nuove modalità di convivenza tra appartenenze religiose e culturali differenti. In sintesi però rimane un confine che sembra riproporsi e cioè quello tra ricchezza e povertà, che segna i destini degli individui ed i gruppi sociali. Oltre a queste disuguaglianze di ordine economico e sociale altre forme di esclusione impediscono di fruire di opportunità comunicative e culturali.

In questo contesto si collocano i ragazzo che non hanno accesso alla varietà di contesti formativi, che abbandonano il percorso scolastico, e sono quindi destinati alla precarietà dell’inserimento in un mercato del lavoro sempre più connotato dalla valorizzazione della conoscenza come risorsa strategica.

Giorgio De Santis

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