Una vista di uno slum di Rio de Janeiro

GLI SLUM SEGNALATI CON MAGGIORE EVIDENZA RISPETTO A PAN DI ZUCCHERO E CRISTO REDENTORE.

LA PROTESTA della città brasiliana in vista di Mondiali di calcio e Olimpiadi

MILANO – La città del Pan di zucchero, della lunga spiaggia di Ipanema e del mitico stadio Maracanà secondo Google Maps si riconosce soprattutto per una sua caratteristica: la abnorme presenza di favelas al suo interno. Così tanto radicate nel territorio da oscurare anche quartieri residenziali, aree turistiche e commerciali. Cosicché a una prima occhiata sulle mappe satellitari offerte online da Google, un turista che non conosca la megalopoli potrebbe pensare a Rio come a una lunga distesa di baraccopoli.

LA PROTESTA – Questa visione parziale della città non è piaciuta alle autorità carioca, né al segretario per il turismo Antonio Pedro Figueira de Mello, che dal 2009 protesta per rivedere etichette e scelta delle priorità geografiche di Rio in casa Google, cosciente dell’impatto delle ricerche geografiche su internet attraverso il motore di ricerca. Come fa notare anche la Bbc inspiegabilmente le mappe citano i nomi di favelas grandi e piccole, ma dimenticano per problemi di spazio sulle cartine di segnalare i nomi di agglomerati residenziali. Errori già segnalati in passato, quando per esempio Google sbagliò a tracciare un confine tra Nicaragua e Cosa Rica, attribuendo alla prima nazione un’isola che invece andava assegnata alla seconda.

LA PROVA – Aprendo Google Maps e digitando per esempio “Sugar Loaf Rio de Janeiro”, ovvero il picco del Pan di Zucchero che con la statua del Cristo Redentore sovrasta mare e abitato, la mappa punta perfettamente sulla montagna verde, ma i soli nomi che appaiono nei dintorni (in scala 1:50 e in scala 1:200) sono quelli di tre differenti “morro”: il Morro Cara de Cao, il Morro da Urca, il Morro do Pao de Acucar. Dove il morro è la baraccopoli incastonata nella roccia, nascosta nel verde delle colline brasiliane, e geograficamente e culturalmente si oppone all’asfalto, ovvero quei quartieri residenziali abitati da persone più abbienti in cui ci sono strade e palazzi di cemento.

LA RISPOSTA – Non che segnalare le favelas – oltre 600 in tutta la città, diffuse capillarmente dal 1800,e abitate da un terzo della popolazione – sia errato, ma per una città la cui immagine deve essere ripulita in vista di Mondiali di calcio (previsti per il 2014) e Olimpiadi (2016), il governo inizia già a correre ai ripari. Dal canto suo Google ha chiesto scusa e confermato di aver demandato a una società esterna la compilazione delle mappe di Rio, dimostrandosi disponibile comunque a rimetterci mano. Piano piano inserirà nelle cartine i nomi di quartieri e zone turistiche in bella vista e farà sì che gli slum, giacché esistono, continuino a comparire, ma i loro nomi si leggeranno solo quando si deciderà di zoomare la mappa sul luogo in cui sono presenti. A Google va un applauso: gli studi sulla povertà di Rio e sulla necessità di trovare nuove abitazioni – ne mancherebbero 6 milioni – dicono che ci sono voluti cento anni per far registrare sulle mappe ufficiali della città le favelas. Mentre in poche ore Google Maps ha dato loro tutta la visibilità che la topografia istituzionale aveva negato.

Eva Perasso

 

FONTE : http://www.corriere.it/esteri/11_aprile_27/rio-google-perasso_3c39f72c-70b9-11e0-ab04-b531fdc27c0d.shtml

 

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