RIFLESSIONI ESTIVE….CHE POI TANTO ESTIVE NON SONO.

 

 Siamo circondati da esseri e da cose con i quali intratteniamo relazioni. Siamo con gli altri con la vista, con il tatto, con la simpatia, con il lavoro in comune. Io tocco un oggetto, vedo l’altro, ma non sono l’altro. Tra esseri ci si può scambiare tutto tranne l’esistere “.E. Levinas

 

Sono rimasta molto colpita recentemente dalla lettura di una pagina del Vangelo che ho letto ed ascoltato almeno un migliaio di altre volte, o forse anche di più, ed è quella del Vangelo di Luca in cui si parla della parabola del buon samaritano.

La parabola viene raccontata da Gesù ad un dottore della Legge che chiede come si possa ottenere la vita eterna.

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, dice la parabola, ma fu attaccato dai briganti che lo spogliarono, lo derubarono, lo percossero e lo lasciarono mezzo morto a terra. Un fatto talmente vicino alla cronaca dei nostri tempi e dei  quotidiani di oggi, che ci rende uno scritto, di almeno duemila anni fa, attualissimo.

Fatto sta che l’uomo agonizzante viene visto da un sacerdote, che percorreva la stessa via, ma che avendolo visto passò oltre, dall’altro lato della strada. Poi anche un levita vide l’uomo a terra ma passò oltre. Invece un samaritano passando, lo vide ed ebbe compassione di lui, gli si avvicinò, gli fasciò le ferite,si prese cura di lui e  lo portò in una locanda.

Con la parabola Gesù insegna al dottore della legge a discernere quale sia il cammino da percorrere per giungere alla vita eterna, quale sia il comportamento giusto da adottare, la scelta dell’uomo giusto, in questo caso del samaritano.

Ma se ci si sofferma ad analizzare il comportamento dei primi due passanti, degli indifferenti, se si riavvolge il nastro e si rivede la scena molte sono le considerazioni possibili.

L’indifferenza non è un atteggiamento estraneo o remoto, anzi al contrario è molto diffuso, ci prende un po’ tutti , se pensiamo a noi in un momento della nostra frenetica giornata lavorativa. Provate a pensare quando ci troviamo in auto diretti in ufficio e vediamo sul bordo della strada un altro conducente fermo con il proprio mezzo in panne, spesso spingiamo sull’acceleratore e poi guardiamo dallo specchietto retrovisore pensando “ troverà qualcun altro per spingerestamane ho fretta!”. L’uomo che si avvicina mentre siamo in coda in un qualsiasi sportello, lo scorgiamo da lontano, ci accorgiamo della sua esigenza di chiederci qualcosa e subito decliniamo lo sguardo, ci voltiamo dall’altra parte. Siamo infastiditi e disturbati dagli altri solo perché hanno occupato il posto nel parcheggio prima di noi, perché si avvicinano e domandano, perché hanno sempre qualcosa da chiedere, da vendere, da propinarci, da raccontarci, da spiegare ma noi andiamo di fretta, non siamo interessati, non vogliamo ascoltare. E anche tra amici è così, tra conoscenti e quando ci si deve per forza fermare, ascoltare, indirizzare lo sguardo laddove qualcuno ci indica subentra un’altra forma di indifferenza costellata di scuse per declinare gli inviti per non venirgli incontro, per non ascoltarlo e comprenderlo. Quando si tratta di amici e conoscenti si spendono almeno due parole di scuse “Lo farei volentieri ma oggi non posso”, “devo accompagnare mio figlio ad una festa…non mi è possibile”, “ti aiuterei volentieri, ma non dipende da me…il lavoro…gli impegni…”. E poi a volte nell’indifferenza c’è anche del comico, è un’altra forma, è quella che si manifesta nella grettezza, quando ad esempio ci si incontra al bar tra conoscenti e c’è una sorta di imbarazzo sull’indugiare “Offro io, offre lui…pagherà lui?” L’indifferenza può sussistere anche nell’utilizzare l’altro come mezzo per raggiungere i nostri fini, i nostri interessi.

Gramsci scriveva: “L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita” e poi ancora: “L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera .E’ la fatalità; è ciò su cui non si può contare…è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza”.

Mentre invece prestare attenzione agli altri, verso tutti, assumersi la responsabilità dell’altro cambierebbe il mondo.

Ecco, prestare attenzione, un’attività a cui siamo meno avvezzi nella nostra quotidianità frenetica fatta di virtualità, cibernetica, consumismo, edonismo.

Se fossimo attenti incontreremmo il “volto” degli altri, un volto che non ci può essere indifferente perché ci “ri-guarda” è di fronte a noi, guarda di rimando, risponde al nostro sguardo, ci mostra appunto l’immagine di sé: il suo volto.

Questa è la filosofia del nuovo umanesimo antropologico di Emmanuel Levinas per cui il volto è la dimostrazione fisica che esiste la possibilità del bene, perché quando due volti sono di fronte possono leggere scambievolmente la loro vocazione al bene, il richiamo alla bontà. L’altro ci concerne, ci riguarda nell’accezione francese del verbo regarder “ci guarda in faccia” e ci appare l’orizzonte del suo essere, come una terra emersa, il profilo di una terra altra che si staglia all’orizzonte del nostro osservare e richiama la nostra attenzione, la nostra voglia di esplorarla.

All’inizio di tutte le relazioni c’è la visione del volto che è visitazione della persona che si ha davanti, ma è anche andare oltre. Levinas sostiene: “ Il volto si può dire non è visto è ciò che non può diventare contenuto afferrabile del pensiero…è incontenibile ti conduce oltre l’incontro”.

Ma quando si è incontrato il volto dell’altro come non assumersene  la responsabilità? Il volto chiama e richiama, non si può rimanere indifferenti.

Il fatto che l’uomo si occupi dell’altro fa sì che ci sia totale alterità perché l’altro uomo è unico ed indispensabile, come io lo sono, ed il rispetto per l’altro uomo si raggiunge a partire da questa conquista: il comprendere che l’altro è unico ed indispensabile. E questa comprensione è data dall’amore, dal bene che sia trascendente o immanente è dato da questo.

La missione dell’uomo è di riconoscere la sua dignità di uomo, di essere pensante, di essere sociale, razionale, emotivo e la dignità è la sua patria, il suo posto nell’essere. E’ la dignità oltre che l’intelligenza e la libertà e, per difendere la dignità dell’uomo bisogna assumersi delle responsabilità.

Oggi è diffusa una “cattiva coscienza” come dice Levinas o un “pathos del disincanto” come la definisce Gadamer . Gli uomini, i giovani specialmente non si sentono troppo impegnati in questa responsabilità verso l’altro.

Si corre il rischio che questo disincanto diventi verità assoluta, struttura, legge e allora molti di noi si troverebbero sulla strada da Gerusalemme a Gerico e potrebbe accadere che, nel gioco infinito delle parti del nostro esistere,  potremmo incappare nell’essere i briganti, nell’essere l’ uomo derubato, malmenato e lasciato in fin di vita sul ciglio della strada o essere il sacerdote indifferente, il levita che vede e passa oltre.

Il disincanto deve essere sostituito con una presa di responsabilità, il rispondere al volto che ci guarda e ci chiama in un reciproco “ascolto dell’alterità” perché come diceva Dostojeskj “Siamo tutti colpevoli non responsabili, colpevoli di tutto verso tutti…ed io più di tutti gli altri” e questa è una capacità alta, etica pura di non reciprocità delle coscienze, del non sottrarsi alla responsabilità di sé e dell’altro a cui si guarda con attenzione.

 

Marianna Scibetta

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