OLTRE IL PIL, IL BENESSERE.

 

LA FELICITA’ DELL’UOMO MODERNO? COMPRARE TUTTO, IN CONTANTI O A RATE.

ERICH FROMM

 

In questi ultimi anni si discute di benessere e di felicità. Ormai lo ricordano Festival e convegni con regolare frequenza. E si cerca di superare concettualmente il PIL ormai prossimo alla consegna delle targhe. Probabilmente il PIL da sempre è stata una misura sbagliata. E sicuramente oggi sarebbe anacronistica in tempi in cui i cellulari hanno sostituito i telegrafi. Ma osservando i 150 anni dell’Unità di Italia, si riflette anche su come sarebbero andate le cose se Cavour avesse cambiato la sua linea politica. E allora dopo il boom degli anni 50, 60 dove tutto andava bene e dove la carta della banconote accontentava ricchi e poveri, oggi ricchezza e povertà, gioia e dolore sono concetti che dall’economia passano alla sociologia o alla filosofia e si ragiona su tutto ciò che può dare benessere. Ad esempio non il reddito percepito, ma quello disponibile in tempi in cui il credito al consumo ha permesso a tutti di farsi la macchina, ma spesso mancano i soldi per la benzina e per l’assicurazione. Dunque paradossi del PIL….

La felicità pubblica è uno dei concetti chiave della tradizione economica classica: secondo questa scuola di pensiero, il mercato è un elemento essenziale delle vita civile, che implica reciprocità e mutua assistenza. Tuttavia, oggi sono in molti a mettere in discussione la natura etica o virtuosa del mercato. E’ possibile immaginare un mercato fatto di interazioni che siano allo stesso tempo eticamente corrette e economicamente vantaggiose.

“…Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta…”

Robert Kennedy, 18 marzo 1968

L’intervento di Sen, al recente Festival dell’Economia di Trento, è stata una vera e propria lezione di economia politica nel senso classico del termine: secondo l’impostazione generale del Nobel indiano, non possono esistere soltanto modelli economici teorici da applicare in un secondo tempo sul campo ma la ricerca deve coordinarsi con altre discipline e soprattutto deve intersecarsi con concetti quali benessere, libertà, opportunità. Aggiornando una tradizione che comincia con Adam Smith (proseguita nel secolo scorso da Keynes e Hayek), Sen ritiene che la scienza economica debba avere come obbiettivo il progresso generale delle nazioni (che oggi abbraccia l’orizzonte globale e non è riducibile al solo Pil; “occorre innanzi tutto rendersi conto che se è vero che la crescita del Pil è importante per le condizioni di vita, il suo impatto completo dipende in larga misura da come vengono impiegate le risorse in più”) e per questo non può non incontrare la politica e l’etica. L’economia non è tanto numeri e calcoli ma una questione di libertà.

La filosofa Martha Nussbaum contesta chi pretende di riportare su una scala numerica la soddisfazione delle persone sulla propria vita: “Costringe a grossolane semplificazioni. Ma l’umanità vive nelle sfumature” Quando misuriamo la felicità, afferma la Nussbaum, con una singola scala evidentemente riduciamo le diverse dimensioni della felicità ad una sola, qualcos’altro di molto più semplice e tendenzialmente distante da quanto noi intendiamo come felicità. Se infatti voi domandate ad una persona “quanto sei felice” senza costringerlo a rispondere scegliendo un numero tra uno e dieci, le persone rispondono cose molto complesse del tipo: “La salute va bene, il reddito un po’ meno, un mio amico è recentemente morto…”, e così via.

La ricorrenza dei 150 anni dell’unità nazionale è un’occasione forse unica per riflettere sull’evoluzione delle condizioni di vita degli italiani. Il volume “In ricchezza e in povertà” documenta i successi e i ritardi con cui i benefici del progresso economico e sociale si sono distribuiti tra la popolazione in questo arco di tempo. La ricerca è stata realizzata grazie al sostegno di Abbott e i risultati sono raccolti nel volume di Giovanni Vecchi, docente di Economia Politica presso l’Università di Roma “Tor Vergata”, pubblicato dal Mulino.

Nel corso di un secolo e mezzo, un tempo relativamente breve secondo il metro della storia, il benessere degli italiani ha compiuto un balzo epocale: sconfitte la fame e la miseria, l’ignoranza e la malattia, gli italiani godono oggi di condizioni di vita comparabili a quelle dei paesi più sviluppati del mondo. L’autore pone al centro del volume l’equità del processo di diffusione del benessere: non sempre e non tutti gli italiani hanno partecipato in egual misura alla parabola ascendente del paese. Non sempre, insomma, gli italiani hanno saputo condividere la buona e la cattiva sorte, la ricchezza e la povertà.

E il futuro? La prospettiva storica del volume non consente di fugare i dubbi sulle condizioni di vita che debbono attendersi gli italiani di domani, ma aiuta a individuare e comprendere i problemi di cui il paese deve occuparsi nell’interesse delle generazioni future.

La presentazione del volume si inserisce tra le iniziative del programma ufficiale per le celebrazioni dell’anniversario dell’Unità d’Italia. Al dibattito che si è tenuto presso il parlamentino del CNEL il giorno 21.06.2011 hanno preso parte autorevoli esponenti delle istituzioni, del mondo economico e universitario, quali Giuliano Amato, Nicola Rossi, Antonio Marzano, Vincenzo paglia, Alberto Quadrio Curzio, Ignazio Visco, Emma Bonino tutti ottimamente moderati dal moderato Stefano Folli.

La ricerca pone l’attenzione anzitutto su una mole impressionante di bilanci familiari. Circa 20000 che hanno un’idea fondamentale del divario nord sud. Proprio tale divario ed in particolare la questione meridionale non ha permesso al paese di saltare molte nazioni e posizionarsi ai primi posti della classifica mondiale. Un lavoro bellissimo già a cominciare dalla confezione del libro davvero pregevole che esce dai canoni abituali delle edizioni de “Il Mulino” e con una suddivisione interna che lascia al lettore una grande libertà di leggere la ricerca secondo aree tematiche di interesse.

Insomma non solo paradossi del PIL ma superamento del PIL per giungere a nuovi orizzonti per capire che il mondo è cambiato e così l’Italia. Quanto basta per Comprare tutto, in contanti o a rate. Anche quello che non serve, se serve ad essere felici tenendo però presente che il benessere a differenza dei diamanti non è per sempre.

L’economista moderno è abituato a misurare il livello di vita dall’ammontare del consumo annuo, dando sempre per scontato che un uomo che consuma di più stia meglio di un uomo che consuma di meno. Un economista buddista considererebbe questo atteggiamento del tutto irrazionale; poiché il consumo è semplicemente uno strumento per il benessere dell’uomo, il fine dovrebbe essere quello di ottenere il massimo di benessere con il minimo di consumo.

E. F. Schumacher,

 

ANTONIO CAPITANO

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