IL SERPENTE NEL CERVELLO-MACCHINA: IL FUTURO CHE NON C’E’.

Che l’esistenza di due principali entità cerebrali convivano nel cranio umano è cosa alquanto nota: che però la macchina umana stia veleggiando verso una irreversibile dualità dovuta all’uso sempre più diffuso del computer, questo sarà materia di discussione per i posteri in un futuro non troppo distante visto che la tecnologia sta accelerando il passo sempre di più, in forme sempre più fuori della portata di un controllo sulla realtà rappresentata come impatto interiorizzato e quindi analizzato nei minimi dettagli dal cervello pensante e razionale; l’altro aspetto di conseguenza è quello rilevabile nella parte più meramente simile al rettile, quello piuttosto distante dalle cortecce prefrontali situate nella parte anteriore della massa cerebrale atte ad una analisi della realtà immediata, quella stimolata dall’organo visivo in primo luogo, la “porta” della nostra percezione spazio-temporale, la coscienza di occupare un quid, un elemento caratteristico, che determina chi siamo e dove siamo situati nello spazio. La nostra funzione “simil-rettile” è posta nella parte più posteriore della sede cerebrale, quella che risponde agli stimoli di quando non eravamo ancora “esseri pensanti postindustriali” con un’immaginazione sviluppata e conclamata, quella che risponde ai nostri bisogni più elementari: quali il bisogno di avere un rifugio dalle intemperie; il bisogno di nutrimento affinché il fabbisogno energetico ci possa sostenere per la prossima caccia; la necessità di avere una prole in quanto propagazione della specie e come investimento nel futuro per poter sopravvivere ed aiuto per la costante ineluttabilità del procacciarsi nutrimento.
Se perciò la percezione umana è veicolata da questo dualismo, come interpretare per esempio ciò che Ben Hall scrive da Parigi sul Financial Times Sabato 12 Giugno nel suo editoriale in prima pagina circa la netta presa di posizione del presidente francese Nicolas Sarkozy di opporsi alla ricapitalizzazione del blasonatissimo quotidiano Le Monde che naviga in acque alquanto pericolose con un debito stratosferico di 100 milioni di Euro e bisognoso di una iniezione di capitale fresco per poter sopravvivere? La “cordata” di tre imprenditori interessati all’acquisto della testata, Matthieu Pigasse, Pierre Bergé e Xavier Niel non piace al presidente Sarkozy nemmeno un pò in quanto “due del trio sono rivali del presidente;” il direttore del quotidiano Eric Fottorino sostiene di essere stato minacciato da Sarkozy di “ritirare i finanziamenti statali se la testata venisse venduta al trio,” e dunque determinerebbe la morte sicura del giornale da sempre su posizioni politicamente di centro-sinistra: l’offerta da parte dell’italiano Gruppo L’Espresso tra le altre in discussione “non cambierebbe la linea editoriale della testata” – rassicura Fottorino – peraltro tale linea in mano in parte agli azionisti-redattori con garanzie di assoluta indipendenza.

Ora, è ampiamente risaputo che il Financial Times esprime in genere posizioni politiche sempre parecchio vicine al centro-destra, come pure The Economist, ma quando l’ingerenza del potere diventa sempre più vicina alla parte “simil-rettile” della massa cerebrale umana – cioè il ricorso alla violenza, l’arroganza, la totale sfrontatezza, l’insolenza e l’assoluta mancanza di rispetto delle altrui istanze – allora la parte “cerebro-corticale pre-frontale” deputata all’analisi razionale va a farsi benedire.

Sempre a pagina 3 dell’ FT troviamo un articolo di Robert Wright da Atene dal titolo “Shipping tycoons party while Greece struggles” (I magnati del movimento merci fanno festa mentre la Grecia lotta) con un passaggio che vale la pena citare per intero: ” I magnati si davano pacche sulle spalle fino alle ore piccole mentre consumavano grandi quantità di cocktails, sushi, frutti di mare e carne di manzo. Gli eventi più partecipati erano quelli dell’ Astir Palace, un complesso residenziale su una penisola puntellata di pini – ben lontana dai mendicanti di strada, manifestanti anti-governo ed insegnanti con pesanti tagli alle loro buste paga che sono diventati l’emblema della crisi fiscale Greca.” L’articolo mette in risalto il benessere di un settore economico Greco che non conosce crisi, – quest’ultima attualmente feroce – cioè quello navale ed in particolare le vendite all’ingrosso di beni e prodotti petroliferi in tutto il mondo con i magnati che controllano le loro aziende principalmente dall’estero, e finisce comunque con un laconico: “Sebbene il governo Greco si propone di tassare le loro attività commerciali, la loro posizione continua ad essere protetta dalla costituzione per più di 40 anni. Il mondo parallelo delle feste dei magnati e quello dei mendicanti di strada sembra continuare.” Ovviamente la lettura di quotidiani che tendono verso visioni politiche più conservatrici non necessariamente escludono posizioni politicamente contrarie, ma il punto è che se in uno spettro più ampio emblematicamente neutro si consolida una percezione concreta, allora sarebbe alquanto salutare meditare su una recensione estratta da internet circa un libro che ebbe molto successo presso gli ambienti di quella che nel secolo scorso era conosciuta come “La controcultura:”
nella sua opera d’esordio, “A scuola dallo stregone, Carlos Castaneda, studente di antropologia, racconta i cinque anni di straordinario apprendistato presso uno sciamano Yaqui, don Juan Matus, durante i primi anni Sessanta. L’esperienza fu così intensa che il giovane Castaneda, trovandosi di fronte a una concezione del mondo radicalmente alternativa rispetto a quella razionalista della civiltà occidentale, ebbe paura e si tirò indietro. Ma ormai la sua vita era cambiata, e con la sua quella di milioni di lettori: l’incontro con l’antica sapienza degli sciamani messicani stava inesorabilmente trasformando lo sconosciuto ricercatore in un maestro spirituale dell’Occidente. In “Una realtà separata,” il suo secondo libro, Castaneda racconta di come alcuni anni dopo, nel 1968, ritornò da don Juan per riprendere con nuova determinazione il processo iniziatico che aveva bruscamente interrotto. Lasciando cadere ogni difesa e abbandonandosi completamente a questa affascinante esperienza, apprende la fondamentale differenza tra ‘vedere’ e ‘guardare’: mentre ‘guardare’ si riferisce al modo consueto in cui siamo abituati a percepire la realtà, ‘vedere’ comporta un procedimento assai complesso in virtù del quale possiamo arrivare a conoscere l’essenza delle cose, entrando in contatto con l’energia che fluisce costantemente nell’universo.

L’enfasi da sottolineare con maggior vigore è quella avvalorata dalla dicotomia “vedere” e guardare” nel contesto delineato da Castaneda che – con un rischioso volo pindarico, e a grandissime linee - si potrebbe collegare alla “dualità cerebrale” descritta più sopra.
“Vedere e “Guardare”: in effetti entrambe le accezioni si legano indissolubilmente alle emozioni, quelle che sono comunque il motore di qualsiasi azione; il rapporto però è mediato da una coscienza “allargata che permetteva a Castaneda di percepire il “risveglio” di quella sezione del cervello che si potrebbe definire più propriamente come facente parte dell’emisfero destro cioè la parte deputata alla comprensione del “tutto”, dell’”universale” contrariamente a quella dell’ emisfero sinistro più designato all’analisi del dettaglio, del calcolo, della pianificazione dell’immediato futuro: quello che “guardiamo” non è mai quello che “vediamo.”
Sia come sia, mentre la vecchia Europa si interroga ancora sulla natura del dualismo uomo-macchina il mondo della rete corre a velocità supersonica indagando sulla natura della digital divide (discriminante culturale informatica) ed il contrasto tra gli haves e gli have-nots (abbienti e non-abbienti) in una prospettiva di nuova realtà cibernetica popolare.
Ma una macchina non è un “essere pensante”, un computer non ha una coscienza, risponde solo a ordini immessi attraverso la tastiera sebbene la mente umana sia ciò che muove l’informazione immessa, un gigantesco archivio di tutto lo scibile umano a disposizione di chi entra in rete, e non risponde agli istinti del sistema limbico del “protocervello,” il “cervello del serpente” delle nostre più antiche, immotivate, irrazionali paure e moti dell’anima.
E’ con questo spirito che Ashlee Vance da Mountain View California sull’ Herald Tribune dell’ 11 Giugno ci prende invece di sorpresa, ribaltando completamente il tutto, mettendo in risalto cosa succede negli USA tra i più quotati scienziati californiani, i quali stanno già preparando il futuro sempre più legato alla rete: “essi credono che la tecnologia potrebbe essere l’unico modo per risolvere i mali del mondo, asserendo altresì che la gente possa impadronirsi del controllo del processo evolutivo. Per chi non lo avesse notato, la più famosa azienda californiana -cioè Google - sta lavorando giorno dopo giorno alla costruzione di un cervello gigante che sfrutta il potere pensante degli umani per poterlo sorpassare.” Ed ancora: “Alcuni seguaci descrivono un futuro dove gli esseri umani si distaccheranno in due specie: gli Abbienti, dotati di intelligenza superiore e capaci di vivere per centinaia di anni, e i Non-abbienti, ostacolati dalle loro forme corporali e credenze antiquate. Naturalmente ci sarà chi sceglierà di non farcela, mentre altri saranno forzati a sentirsi inadeguati, ed i critici trovano questi scenari snervanti, perché la chiave di lettura di questa seconda fase evolutiva potrebbe essere al di là della portata di molti.”

Castaneda, il secolo scorso, viaggiava nel futuro grazie alla millenaria conoscenza sciamanica e la saggezza popolare degli Indiani Yaqui, permettendogli di superare e vincere le paure istintuali del suo sistema limbico ”protocerebrale;” la “superconoscenza” del futuro, analitica, “cortico-prefrontale” invece deve paradossalmente fare ancora i conti con il “cervello del serpente” che è in noi.
Marco Rossi.

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