PIANO CASA ED EFFICIENZA ENERGETICA. LE CONSIDERAZIONI E LE PROPOSTE DI FINCO CONFINDUSTRIA.

Dopo ormai quasi due anni è utile qualche riflessione sulle misure contenute nell’Accordo Stato – Regioni del 31 marzo 2009, il cosidetto “Piano Casa 2”.

Come noto, esse riguardano due principali tipologie di intervento:

ü       Interventi entro il limite del 20% della volumetria esistente di edifici uni-bi familiari o comunque di volumetria non superiore ai 1000 metri cubi, fatte salve diverse determinazioni regionali che possono promuovere ulteriori forme di incentivazione volumetrica.

ü       Interventi di demolizione e ricostruzione (abbattere per ricostruire) con ampliamento per edifici a destinazione residenziale entro il limite del 35% della volumetria esistente, con finalità di miglioramento della qualità architettonica, dell’efficienza energetica ed utilizzo di fonti energetiche rinnovabili e secondo criteri di sostenibilità ambientale, ferma restando l’autonomia legislativa regionale in riferimento ad altre tipologie di intervento.

Intanto una considerazione di carattere generale:

La riflessione fondamentale è se un tema come quello dell’assetto urbanistico del nostro territorio si presti o meno ad una legislazione “concorrente” tra Stato e Regioni (addirittura esclusiva nel caso delle Regioni a Statuto Speciale).

Questo è il punto, scomodo ma inaggirabile, dopo la scarsa riuscita del Piano in questione.

Il prolungato confronto (peraltro di non facile comprensione da parte dell’opinione pubblica) tra Stato e Regioni ha ritardato l’applicazione del “Piano Casa 2”.

Nel frattempo, anche a causa delle suddette problematiche,  l’Esecutivo  ha avuto difficoltà ad emanare il decreto di semplificazione delle procedure (fondamentale per sottrarre il governo del territorio ai lacci e lacciuoli della burocrazia), uscito di fatto solo per alcune tipologie di lavori.

Adesso che, con la delibera della Regione Calabria del  mese di settembre 2010, il Piano Casa è stato “licenziato” in tutte le Regioni , si evidenziano in tutta la loro portata due principali problemi:

-          I Comuni dettano le loro regole nel rispetto dei relativi strumenti urbanistici  comunali

-          E questo dopo che già le Regioni hanno deliberato in maniera alquanto difforme, per usare un eufemismo, l’applicazione del Piano Casa.

In alcune le agevolazioni sono utilizzabili per 18 mesi, in altre per 24, in altre ancora sono permanenti. La Provincia di Bolzano non ammette il bonus volumetrico, alcune Regioni lo prevedono al 30%, alcune al 35 altre al 40%, altre ancora (vedi Lazio) perfino al 60%, a patto si delocalizzi, ma non è concesso alcun 20% per le abitazioni mono e bifamiliari se non si è imprenditori agricoli!

Alcune Regioni consentono dei benefici anche alle strutture ricettive (poche, ad esempio la Sardegna, ma nel limite del 10%), la maggior parte no. Per le cubature industriali, anche qui inspiegabilmente, alcune Regioni (Piemonte) hanno dato l’assenso, altre no. In alcune Regioni (Lazio, ma fino a 1000 mq, Marche, Sicilia, Umbria con condizioni) anche l’ampliamento del 20% è subordinato a standard energetici  da raggiungere, in altre no. E così via …

Il risultato è che i numeri sono decisamente inferiori alle aspettative: le domande relative ad opere di ampliamento, nel complesso, in tutto il Paese, non raggiungono le 3000 e quelle di demolizione e ricostruzione sono meno di 300.

E’ auspicabile, ed anche prevedibile, che tali numeri abbiamo subito un forte rialzo, specie in alcune Regioni, nel periodo estivo. Siamo in attesa di un consuntivo in proposito. Resta il fatto che nel complesso rimangono valori inferiori alle aspettative.

ü       In ogni caso, pur se in un quadro frammentato, l’iniziativa governativa avrebbe meritato nella sostanza un plauso perché in grado, senza esborsi per l’Erario, di promuovere  sviluppo ed occupazione in funzione anticiclica, con l’impiego produttivo del  risparmio del Paese che troverà, oltretutto, nelle attività di implementazione del patrimonio edilizio una possibile soluzione di impiego vantaggiosa rispetto alle attuali vergognose (ed utilizziamo questo termine di proposito) condizioni praticate dagli Istituti Bancari.

Come Finco avevamo stimato in 20 miliardi di euro e 200.000 posti di lavoro (tra posti “salvati” e nuovi posti generati) l’effetto positivo della manovra, tra imprese industriali ed artigiane che avrebbero controbilanciato i circa 200.000 persi solo nel 2009 nel settore delle costruzioni ed il calo degli investimenti di quasi il 20% nel periodo 2008-2010.

ü       Tale stima va purtroppo rivista al ribasso dato che sono venuti a mancare due requisiti importanti:

- l’omogeneità del provvedimento in termini di volumetrie e di ampliamenti consentiti, in termini di estensione temporale delle agevolazioni, di tipologie di manufatto cui è possibile applicare le misure (solo residenziale, anche terziario, etc…).

- e soprattutto la tempestività, fattore fondamentale anche per i tempi d’inizio lavori, sottoposti comunque ad autorizzazione. Il lasso di tempo necessario ha di fatto molto  depresso l’effetto del Piano poiché la maggior parte delle Regioni pongono il limite dei 18 – 24 mesi per la effettuazione degli interventi (qualcuna ora 36 mesi – vedi Lazio). Sarebbe opportuno, sotto questo profilo rendere permanente questa misura onde rendere altrettanto permanenti gli incrementi di manodopera e di dotazioni che le imprese intraprendono in vista della fase espansiva.

L’ipotesi di demolizione e ricostruzione con premio volumetrico (“abbattere per ricostruire” o anche “costruire per abbattere” onde risolvere il problema di chi abita nei manufatti da demolire) è sicuramente l’aspetto più importante dell’Accordo in premessa.

Come Finco, insieme ad altri soggetti della Filiera, è da molto tempo che puntiamo in maniera insistente su di essa, e vi abbiamo dedicato due specifici Convegni.

In via teorica sarebbe, ove attuata con convinzione (bene la proposta del Sindaco Alemanno in relazione a Tor Bella Monaca), il cuore del Piano, per vari motivi:

ü       si tratta di una misura di sostituzione urbana, che considera il territorio come risorsa limitata, in un Paese, come l’Italia, già abbastanza urbanizzato e costruito.

Infatti non è tanto la scarsità di abitazioni che caratterizza il nostro patrimonio edilizio quanto la sua vetustà e la sua inefficienza energetica. Non mancano tanto le abitazioni, quanto le abitazioni adatte,  le abitazioni commisurate alle esigenze della domanda, le abitazioni di qualità, oltre che quelle di costo accessibile.

Ciò anche perché il patrimonio edilizio italiano dal dopoguerra in poi si è sviluppato –prima – sotto l’urgenza demografica, sociale e di spostamento lavorativo e – sempre – con particolare riferimento all’offerta e più che alla domanda.

ü       Si tratta oltretutto di una misura che supera in modo sostanziale il problema, altrimenti centrale, del costo delle aree.

ü       Occorre quindi effettuare una lungimirante azione di riqualificazione del patrimonio edilizio urbano, anche nel senso radicale della sua sostituzione.

Poiché, se è infatti  vero che il patrimonio “antico” dei nostri Centri storici ha in sé un vissuto che è testimonianza della nostra storia, non altrettanto si può dire per il “vecchio” delle  periferie urbane o per molti altri insediamenti, la maggior parte dei quali costruiti prima del 1976 e cioè prima che una qualunque legge sull’efficienza energetica in qualche modo ne normasse gli aspetti legati al consumo di energia.

E ciò senza considerare gli aspetti architettonici.

Ma per quanto riguarda l’efficienza energetica risale poi solamente al 1991 con la legge 10, in parte inapplicata fino a tempi recenti, e poi con la legge 192 del 2005 di attuazione della Direttiva 2002/91 sul Rendimento energetico – anche essa in parte inapplicata – e con il Dlgs 311/06, che l’Italia si è messa, in linea teorica, al pari degli standard europei.

ü       La demolizione e ricostruzione sullo stesso sedime con premio volumetrico fino al 35% in caso di dimostrata incremento di efficienza energetica e/o idrica, oppure in luoghi diversi ma con la inibizione a ricostruire, in quel caso, nel sedime originario, è una misura che non consuma sostanzialmente territorio e che consente, anche con riferimento al patrimonio esistente, direi anzi specie al patrimonio esistente, di conseguire risultati di abbellimento architettonico, di razionalizzazione urbanistica e di contenimento del consumo energetico.

ü       Consegue anche il risultato del governo  del territorio poiché è evidente che una cosa è aumentare del 20% una villetta uni-bifamiliare in economia, altra cosa è abbattere e ricostruire uno o più palazzi nella periferia urbana.

Quest’ultima operazione si presta poi ben poco, per non dire per nulla, ad irregolarità fiscali ed al “nero”.

Sotto questo ultimo profilo va osservato che, proprio perché questa esigenza è ampiamente avvertita, la possibilità di aumentare del 20% la metratura della propria abitazione può compromettere il mercato delle abitazioni nuove di piccolo taglio, poiché l’ampliamento può costituire una risposta alternativa all’acquisto di una prima casa o di una casa diversa. Non è certo questa una riflessione critica verso questa misura, ma serve semplicemente per una più corretta valutazione del possibile impatto economico.

Peraltro la principale causa di consumo di energia è costituita in Italia dal condizionamento, che spesso viene somministrato in ambienti mal isolati, con un impegno di energia primaria davvero rilevante e che sempre più, con l’auspicabile incremento del livello di vita, prenderà piede, se non si riesce a lavorare sull’efficienza energetica degli edifici.

Come illustrammo nel Libro Bianco Enea – Finco già nel 2004, da essi dipende oltre il 40% dei consumi globali di energia nel nostro del Paese.

In Italia vi sono 31 milioni di case suddivise nelle varie tipologie di civile, economica, popolare, etc… Due terzi di esse sono state costruite prima del ‘76, sono quindi vecchie ed inefficienti dal punto di vista energetico.

Occorre mettere mano con coraggio al programma di abbattimento e ricostruzione, come del resto viene fatto in molti altri Paesi. Anche perché è una strada inevitabile.

Un ultima considerazione: il problema della sagoma.

Se è vero che alcuni edifici vanno demoliti perché antiestetici o non funzionali, non si può pensare che poi si debba avere il vincolo della sagoma nel ricostruirli.

Oggi la legge 380 (Testo Unico) sull’urbanistica ed i successivi regolamenti e circolari interpretativi del Ministero sul tema hanno chiarito che può essere equiparato a ristrutturazione edilizia  l’abbattimento con ricostruzione a parità di volumetria e di sagoma.

Occorrerà specificare – sebbene appaia ovvio – che il vincolo della sagoma ovviamente non potrà essere rispettato nel caso di abbattimento e ricostruzione con premio volumetrico del 35% o, come previsto da qualche disegno di legge regionale, addirittura superiore nel caso di costruzioni con particolare incremento dell’efficienza energetica (non usiamo appositamente il termine bioedilizia perché troppo vago).

Sei proposte quindi per la riqualificazione del nostro patrimonio Immobiliare:

La prima, come detto, consistente nel trasformare le agevolazioni (specie Abbattere per Ricostruire) in permanenti se si vuole evitare il picco e poi il riflusso, sempre drammatico perché si sono impegnati capitali  e risorse umane per fare fronte alla eccezionale contingenza.

Sia le imprese che i cittadini dovrebbero poter con calma pianificare la fruizione delle agevolazioni.

Tale permanenza di benefici consentirebbe peraltro più facilmente l’erogazione della agevolazione del 55% anche per la “riqualificazione sismica” poiché spalmerebbe su più anni la perdita per l’Erario, che in realtà sarebbe anche compensata dal maggior gettito generato dalla ripresa delle attività.

A quanto sopra andrebbe abbinato il fondamentale innalzamento del tenore dell’agevolazione per l’abbattimento e la ricostruzione dall’attuale medio 35% ad almeno il 50% onde rendere conveniente tale operazione nelle aree urbane degradate o comunque periferiche dove essa è auspicabile (e consentita), tenuto conto dei prezzi di mercato in dette aree.

La seconda riguarda il trattamento da riservare – in deroga – alla tipologia di maggioranza necessaria per attuare le misure di abbattimento e ricostruzione con premio volumetrico in sede di condominio qualora si voglia agire con particolare riferimento alle misure di efficienza energetica.

Se cioè non si possa trasformare – come nel caso delle autorizzazioni per le autorimesse – da unanime a qualificata la maggioranza necessaria.

Nelle città questa misura sarebbe decisiva ed affronterebbe il vero tema sotto il profilo della riqualificazione energetica, che è quello del patrimonio esistente.

La terza, come da più parti evidenziato e già accolto in alcune Regioni, riguarda la necessità di una estensione generalizzata del Piano anche ai manufatti industriali e commerciali e non solo a quelli residenziali.

La quarta è contenuta nella lettera a suo tempo indirizzata da Confindustria – Finco al Ministro Tremonti e consiste nell’ampliamento della platea delle categorie merceologiche cui è possibile applicare la detassazione degli utili reinvestiti anche a tutte quelle riguardanti i beni strumentali per l’edilizia non già ricompresi nel codice ATECO 28.

La quinta riguarda l’ Eco-prestito.

Essa si inquadra nel percorso volto alla riduzione del 20% delle emissioni climalteranti nonché all’incremento di una analoga percentuale in relazione al risparmio energetico ed all’uso di energia rinnovabile come da Direttiva europea e che è stato oggetto di dibattito a dicembre nel summit di Copenhagen. La proposta Finco prevede – in sintesi estrema-  l’accesso a prestiti agevolati a tasso 0 per 10 anni fino ad un massimo di 30.000 euro per ciascun beneficiario.

Onde accedere a tale “eco prestito” occorrerebbe certificare – attraverso un progettista iscritto all’Ordine – di aver effettuato almeno due interventi che vanno dall’ incremento dell’efficienza energetica delle coperture e delle pavimentazioni a quello dei muri perimetrali e delle finestre, porte esterne e schermature solari, all’installazione di apparecchiature e sistemi per riscaldamento e produzione di energia elettrica ed acqua calda utilizzanti fonti rinnovabili o assimilate.     

La misura concorrerebbe all’abbattimento delle emissioni di CO2 del patrimonio costruito e potrebbe essere finanziata fino alla concorrenza di una cifra da individuare dalle Fondazioni Bancarie, e/o dalla Cassa Depositi e Prestiti.

L’Ecoprestito potrebbe essere rimborsato in dieci anni, ma i lavori dovrebbero iniziare entro il 2011 e terminare al massimo entro l’anno successivo.

La sesta infine, ma non certo la meno importante, è la necessità di prevedere una una stabilizzazione della misura riguardante il bonus del 55% per la riqualificazione energetica degli edifici ora che sembra acquisito il rinnovo per il 2011.

Essa va nel senso di contribuire alla quanto mai necessaria efficientizzazione del costruito nazionale, in quello di far emergere notevoli porzioni di lavoro nero, nonché in quello di corroborare una parte vitale della industria nazionale e della connessa occupazione, valutando anche eventuali modalità di implementazione della misura (rimodulazione tetti dopo il 2011, allargamento alle schermature solari ed agli immobili non strumentali, nonché alle coperture ed agli isolamenti con tetti e/o pareti erbose ad es.) .

Nata nel 1994, FINCO (Federazione Industrie, Prodotti, Impianti e Servizi per le Costruzioni) è la Federazione Nazionale di settore di Confindustria che rappresenta le industrie dei comparti produttivi di beni, servizi e manutenzioni per le costruzioni edili e stradali. FINCO è una giovane ma forte realtà industriale che aggrega attualmente 30 Associazioni Nazionali di Categoria, in rappresentanza di un comparto di circa 20.000 imprese e di 550.000 addetti, per un fatturato aggregato pari a 50 Miliardi di Euro.

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