“ FULMINE E TUONO VOGLIONO TEMPO, LA LUCE DELLE STELLE VUOLE TEMPO, LE AZIONI VOGLIONO TEMPO, ANCHE DOPO ESSERE STATE COMPIUTE, PERCHE’ SIANO VISTE ED ASCOLTATE…” LA GAIA SCIENZA,  NIETZSCHE.

 

 

In questo secolo di contraddizioni, il rischio che si corre ad immaginare l’evoluzione di Darwin al contrario, non è un ragionamento poi tanto assurdo, perché se è vero che la vita biologica si è evoluta verso forme migliori di intelligenza e se l’intelligenza è stata l’artefice della sopravvivenza di alcune specie e dell’affinarsi dell’intelletto per l’uomo, è pur vero che questa evoluzione può accadere al contrario e che l’uomo possa tornare, in un futuro prossimo, ad essere scimmia. E’ certo che questa immagine era già stata partorita da un grande scienziato e che Einstein avesse già sostenuto che un ipotetico terzo conflitto mondiale, l’umana tendenza all’autodistruzione, avrebbe riportato l’uomo ad una vita primordiale…se mai fosse riuscito a sopravvivere.

Viene in mente un passo de La Gaia scienza di Nietzsche “ Avete sentito di quell’uomo folle che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente : “Cerco Dio! Cerco Dio!”? Si rivede la scena ma l’uomo, in questa , arriva di corsa con la sua lanterna accesa e accecante sul globalismo, sulla modernità cibernetica, sul nuovo nichilismo e sulla comunicazione svuotata fino all’assurdo e grida incessantemente : “ Cerco l’uomo! Cerco l’uomo!” perché se si sente questo vuoto di valori, come si avverte e a cui tutto si demanda, in verità non si son persi, anestetizzati, obliati, corrotti quei principi morali, quelle ideologie rimaste impigliate in qualche luogo a metà tra l’individualismo e la collettività, ma in realtà si è smarrito proprio l’uomo nella sua essenza d’umanità.

In realtà l’uomo è uno spirito errante, è uno spirito che abita un corpo, si identifica con esso, con la sua immagine per scendere nella storia e fare esperienze di conoscenza ed incontrare gli altri uomini. Non è la prima volta che accade che l’uomo si perda e questo non significa che sdoppi la sua personalità o si divida dalla propria immagine, almeno non vuol dire soltanto questo. Accade che l’uomo si perde a causa della storia stessa è quando l’esperienza prende il sopravvento sul vissuto  o sul modo di interpretare questo vissuto di esperienza. E’ come quando si afferma “il gioco ha preso la mano”, non è più la mano a governare il gioco, ma il gioco a condurre la mano. E qual è questo gioco immane che ha catturato l’attenzione dell’uomo fino ad ipnotizzarlo? Si tratta delle sue stesse invenzioni tecniche e non tecniche, sociali e megastrutturali, ragnatele telematiche, interfacce, pensieri, non pensieri, fisiche e metafisiche consumistiche, pubblicitarie, comunicazioni, meta comunicazioni, virtuali, non virtuali: la realtà attuale e lo specchio  che è la dimensione inesistente dell’immediato, l’immagine, il riflesso della realtà.

Perché demonizzare la modernità? E’ sempre accaduto. Per ogni era è esistita una modernità da demonizzare e poi si è scoperto che quella modernità,  guardata con sospetto e angoscia dalla propria moralità, non era altro che l’immagine anticipata, aprioristica del futuro più prossimo, una sorta di anteprima di stampa della realtà immanente.

Perché si avverte questa assenza di valori? Per comprendere la crisi dei valori si dovrebbe capire la loro derivazione, come si sono formati, come si sono insinuati nei nostri intelletti, come sono entrati in noi  e come “il cielo” sia potuto rimanere inalterato “sopra di noi”.

E’ sempre la Storia ad essere la trama dell’esperienza umana, una sorta di copione che si scrive mentre si compie, che è fuori dall’uomo mentre egli è dentro di esso. I valori vengono dalla strutturazione di sistemi di pensieri, modi di vivere, dalle scelte sociali, dalle consuetudini, dalla regolazione della vita sociale, dagli ideali.

E qui mi fermerei …agli ideali quei fuochi per cui ardono le “volontà di potenza”, quelle ferree convinzioni in grado di muovere il mondo.

E allora se oggi si avverte questa diffusa assenza di valori nelle istituzioni , nella vita di aggregazione, nella società e nella storia la si deve alla recente incapacità di idealizzare, di sognare…è come se avessero tolto all’improvviso quel velo di Maya che avvolgeva la razionalità e la faceva apparire come una verità di sogno, più accettabile, più immaginifica, più desiderabile.

Ma chi o che cosa ha strappato il velo?  Viene spontaneo dire l’immediatezza che ha soppiantato la memoria e l’identità del genere umano. Il gioco consumistico ed edonistico ha preso la mano e ha sospinto la realtà nel vortice di una logica usa e getta, di una virtualità che soppianta la comunicazione emotiva ed empatica traslandola su un piano in cui l’impatto partecipativo non è più a trecentosessanta gradi sensoriale: vista, udito, odorato, tatto, gusto ma è unidirezionale e multimediale nello stesso tempo e dove l’espressività dei volti è tradotta da semplici segni di emoticon. Niente riesce però a rendere quel senso di immanenza  nella realtà fatto di sguardi, di mimica facciale,e di socialità che riempie di significato il messaggio colorandolo con i toni di una più alta capacità comunicativa che è quella meta-linguistica messa in atto tra due interlocutori. Ora si avverte una nuova crisi che prende tutti i settori dal sociale all’istituzione, dal mondo politico a quello economico e  dei Mass Media. Sarebbe ora che ci prendessimo la responsabilità dei nostri sogni allora, solo allora, potremmo contrastare questo cinismo cosmico in cui nessuno è più in grado di ardere per un sogno e di impegnarsi nella realizzazione e nel perseguimento dello stesso.

Di due cose è necessario disporre per uscire da questo torpore dei valori: il sogno e il tempo o meglio una diversa utilizzazione del tempo.

Si osserva una quasi controtendenza rispetto al consumismo e agli effetti della logica consumistica. Si  osserva un ritorno al bisogno del “diverso”, del “differenziato”.  Non è più l’era dell’usa  e getta indistinto, ci si ferma ad osservare, staccare un’etichetta di carta, schiacciare una bottiglia di plastica,… ci si ferma a riflettere ed il tempo della riflessione non è mai tardo a venire e  se si fosse deciso di iniziare la ricerca del differenziato già cinquanta anni fa,  al tempo del famigerato boom economico, forse il gioco non ci avrebbe preso la mano … e questo non vuol dire che tutte le cause sono riconducibili alla gestione e allo smaltimento dei rifiuti, ma che il tempo della lentezza per compiere le nostre azioni, anche le più consuete, sarà il tempo che ci permetterà di uscire dal circolo vizioso e di riappropriarci dei nostri sogni, quelli per cui vale la pena ardere e accendersi.

C’è un bisogno di ritorno all’origine e all’originalità che è simile ad una forza centrifuga, non un’inerzia ma una volontà, è come saltare da una giostra che gira, scendere e guardare il meccanismo da un punto di osservazione esterno. Pian piano si vedranno saltare fuori uno ad uno gli uomini e le donne, si sentiranno accanto mentre si guarderà ancora la giostra che gira, ma poi gli sguardi si incontreranno e sarà un nuovo viaggio nella storia; il tempo avrà acquisito il valore della lentezza e non sarà più avviluppato su se stesso, sarà un tempo in cui tutto avrà di nuovo valore,  non si fermerà all’immediatezza, all’istantaneo, ma che si diluirà nel differenziato e nel diverso, nell’originalità di ciascuno e di ciascuna cosa, si riapproprierà della propria identità e memoria. Solo così la mano dell’uomo governerà il gioco della storia e non il contrario.

 

 

MARIANNA SCIBETTA

 

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