“DOBBIAMO FARE QUALCOSA”. COSA? BOH. INCAPACI DI INTENDERE E DI VOLERE.

 

 

Nonostante il premier si auto-assolva costantemente per tutti i provvedimenti a sfondo puramente delirante di questa manovra messi sul tavolo, e di come sia costantemente sostenuto nel suddetto delirio dai suoi sicofanti, dagli accoliti di stato dipingendolo come un patetico Superman invincibile, indistruttibile, (il premier, un fisico tonico come quello del supereroe di Krypton, se lo sogna la notte) tutto quello che il governo riesce a dire è: “dobbiamo fare qualcosa”.

” ‘Cambieremo la norma sulle pensioni’ dicono nel Pdl, perché ‘così com’è è iniqua e forse anche incostituzionale’. C’è chi si spinge ad ipotizzare perfino un ritiro tout court del provvedimento, che secondo chi gli ha parlato ieri non piacerebbe nemmeno al premier che ne avrebbe capito la portata e l’impatto in termini di impopolarità solo a cose fatte e che invece si era battuto per un innalzamento generale dell’età pensionabile. Ma i tecnici, i ministri, i capigruppo ritengono ‘molto improbabile’ una cancellazione della misura, anche se ammettono che ‘qualcosa dovremo fare’. In tempi stretti, strettissimi”. Così scrive Paola Di Caro sul Corriere della Sera il 31 agosto nel suo articolo: “Pensioni, si riapre il fronte E spunta l’ipotesi fiducia”.

Nello stesso articolo viene evidenziato anche il fatto che il maggior responsabile di tutta questa confusione da squilibrati psichici, latita: il ministro Tremonti prima tenta il “golpe economico”, poi – come nelle migliori tradizioni criminali - si dilegua; si dà alla macchia. Dice infatti il suo portavoce che “il ministro è irreperibile”.

Ecco: il governo latita da quando il premier ha deciso di “scendere in campo” quasi venti anni fa; e per evitare di passare la sua vecchiaia in carcere – anche se dato il suo spessore criminale, e il capitale amministrato dalle cosche – il carcere il premier se lo sarebbe comprato; magari aggirando la Costituzione e abbattendo la struttura carceraria avrebbe costruito un casinò, poniamo, mettendo al lavoro tutti i suoi amici non più detenuti e lo avrebbe popolato di prostitute (le più gettonate quelle dell’Olgettina) disoccupate da quando Ruby Rubacuori è (quasi) riuscita a mettere in crisi il governo ricattandolo, e tenendo il premier saldamente in pugno per le parti intime. Da quando il governo latita, si diceva, i comunicati stampa informano la popolazione che l’esecutivo “deve fare qualcosa“.

Continua Paola Di Caro: “Ma il caos è totale perché in queste ore a preoccupare non è solo una singola misura o una singola protesta, ma l’intero impianto della manovra: ‘Diciamo che abbiamo qualche difficoltà a mettere nero su bianco in termini di emendamenti i punti decisi nel vertice di Arcore…’, dice con un eufemismo un ministro del Pdl, spiegando che il rischio di una mancanza di copertura delle misure previste c’è tutto” (…)  “In questo clima, spicca l’assenza quasi ostentata del ministro Tremonti. Lui, che la manovra non avrebbe voluto toccarla per evitare altre lotte fratricide e il rischio di sballo dei conti, attraverso il suo portavoce fa sapere che non è a Roma, e il suo telefono ‘non ha campo’. Come a dire, io vi avevo avvertito, adesso vedetevela voi. E tra i suoi amici c’è chi ironizza: ‘Vogliono togliere l’intervento sulle pensioni? Benissimo, rimettano il contributo di solidarietà…’. Perché in qualche modo, tra stasera e domani, i conti dovranno tornare. ‘Altrimenti – commenta sconfortato un fedelissimo del premier -, sarà l’intero governo a doverli fare con il Paese’ “.
Aggiornamento ai giorni seguenti e tutto cambia in peggio. Che sia un’ennesima tattica per disorientare i cittadini e coprire con iniziative caotiche la totale incompetenza governativa? E’ la globalizzazione, bellezza; si finirà per “blindare” ancora una volta questi atti da squilibrati psichici e porre la fiducia, magari di notte, impauriti di essere scoperti; ti alzi il giorno dopo e scopri di essere stato fregato da Berlusconi ancora una volta.

Da un governo che nel suo programma d’esordio enfatizzava in pompa magna le tre “i” (internet, impresa, inglese), dopo più di un decennio tutto quello che rimane è sì le tre “i”, ma più propriamente tradotte con “incompetenza”, “inettitudine”, “improvvisazione”. Com’è possibile anche remotamente pensare che un’accozzaglia di incompetenti così malmessa possa essere credibile?

Ecco come: le menti vengono manipolate sapientemente da condizionamenti mediatici, in quanto i cittadini-telespettatori sono in effetti impossibilitati ad accertare la veridicità delle notizie date dalla TV – a meno che, ovviamente, non mettano in atto un’azione di tipo “politico” come informarsi da quotidiani e internet – attraverso la velocità di come tali notizie vengono date.

Se uno segue un minimo i programmi sportivi o la cronaca del campionato di calcio in TV, ci si fa un’idea circa il modo in cui le immagini del “riassunto” della giornata di campionato vengono offerte al pubblico: uno si è appena abituato a seguire la cronaca sequenziale di una partita che già si passa a immagini della partita dopo. Maggior spazio è dedicato adesso a commenti e moviola che, da una parte possono essere più esplicativi e chiarificatori, ma le immagini della partita in sé sono sempre più compresse dall’espansione dilagante della tecnologia digitalizzata: la mente sfugge all’occhio. E non rimane che l’emozione interrotta.

Il cervello è modificato perciò dal messaggio a senso unico col quale si interagisce, con la tecnologia – oggigiorno così pervasiva e totalizzante – atta a “formare un futuro” da qui a venti o trenta anni, piaccia o no; i media “anticipano il futuro” e lo rendono veritiero.

Coloro che invece il futuro se lo costruiscono poco a poco interagiscono attraverso la “plasticità neuronale” che il cervello umano mette in atto ogni momento per adattarsi agli eventi esterni senza farsene travolgere, producendo dubbi.

In questo secolo di certezze ferree niente di meglio che produrre dubbi; si eviterà di farsi ingannare ancora una volta dai deliri degli squilibrati governativi berlusconizzati.

Conviene. O no?

 

Marco Rossi.   

 

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