ALLA GALLERIA MUCIACCIA DI ROMA LA PARABOLA ARTISTICA DI GIULIO TURCATO. METAMORFOSI

Sino al 15 gennaio 2011, presso la Galleria Mucciaccia di Roma si terrà la mostra Giulio Turcato. Metamorfosi, a cura di Silvia Pegoraro, realizzata in collaborazione con L’Archivio Giulio Turcato di Roma. Verranno presentate settanta opere, datate dalla seconda metà degli anni ’40 all’inizio degli anni ’90 del Novecento: un percorso attraverso tutta la parabola creativa dell’artista, dalla figurazione stilizzante delle prime opere all’astrazione “informale” dei Reticoli degli anni ’50, alla geniale creazione delle Superfici lunari degli anni ’60, dalla giocosa cosmologia di Itinerari e Arcipelaghi degli anni ‘70, al sontuoso e sensuale luminismo dei Cangianti (1981-1990).

Giulio Turcato (Mantova 1912 – Roma 1995) viene considerato uno dei più significativi interpreti italiani dell’astrattismo pittorico, ma il suo lavoro è assai articolato e complesso, e comprende affascinanti risvolti figurativi e straordinarie sortite nell’ambito della scultura e della scenografia. Partito dalla lezione di Cézanne e Matisse, dei futuristi (soprattutto Giacomo Balla), l’artista mantovano, ma romano d’adozione, ha saputo imporre un proprio linguaggio ritmico e dinamico, facendo della forma-colore la ragione di una ricerca ininterrotta. Turcato è un esploratore straordinario che ha fatto della pittura il codice per interpretare il mondo in tutti i suoi aspetti, dalla biologia all’entomologia, dalla fisica all’astronomia: tutto diventa occasione per nuove invenzioni di forme e colori che ridefiniscono l’immaginario umano, individuale e collettivo. Quello che contraddistingue la poetica di Turcato è un “nomadismo interiore” che gli ha permesso di affrontare l’astrazione con radicalità e anticonformismo, con determinazione e lirismo, senza mai rinunciare alla sperimentazione. Così, i Reticoli e gli Arcipelaghi si alternano con i Cangianti, dove la luce “lavora” il colore come in una sorta di  partitura musicale.

L’opera di Turcato si delinea subito come un viaggio nell’immaginario dove momento storico, condizione esistenziale, trascendenza, mistero della bellezza, si sovrappongono e si confondono. Qui emotività e controllo razionale, abbandono lirico e attitudine critica si amalgamano come in una mistura alchemica, per originare una figurazione che, recuperando il simbolo, sa veicolare significati profondi, immediatamente coinvolgenti e sconvolgenti.

Negli anni ’50 e ’60, con l’affermazione dell’astrattismo si precisa in Giulio Turcato l’aspirazione a un ideale e totalizzante universo pittorico, la  quale fa sì che si trasformi in pittura ogni cosa toccata dalla sua immaginazione, al di là di ogni discriminante tecnica ed esecutiva. Da una parte, il linguaggio astratto di Turcato ripropone perennemente una densità psicologica e pulsionale che lo differenzia sia dalle tonalità analitiche sia da quelle astratto-naturalistiche. Dall’altra, il suo lavoro pone un problema critico ancora in gran parte disatteso, e che può riassumersi come proposizione di uno spazio-forma “aleatorio”, in un senso abbastanza analogo a quello che il termine ha assunto in riferimento a certi aspetti della ricerca musicale contemporanea. Non è quindi casuale la fascinazione di Turcato per la musica e il suo rapporto con grandi musicisti contemporanei come Luciano Berio e Goffredo Petrassi.

Il demone eterno e sempre mutevole di Turcato è proprio il colore, che ora fa corpo con la materia profonda e densa dell’opera, ora brilla di un timbro dissonante, svelato dalle diverse incidenze della luce. Questo risulta evidente anche da alcuni scritti dell’artista, ad esempio da quella splendida analisi poetico-psicologica del colore viola (fondamentale nelle sue ricerche), che è anche un inno al cromatismo, consegnata a un manoscritto del 1977: “Viola luce intravista e annuncio di tenebre/ Viola diverso/ Viola è principio/ i colori sono la nostra libertà/ investono la materia e la trasformano/ la nostra fantasia è realtà nuova/ Viola via di uscita verso/ dentro”.

Per Turcato si tratta di colore puro, timbrico, squisitamente antimimetico. Il timbro dice l’immediatezza, l’accensione istantanea della percezione, e designa perciò quella che è la tipologia stessa del rapporto del Soggetto col Mondo: il rapporto, cioè, con l’apparenza del Mondo, con la sua “gaietta pelle” (Dante Alighieri), con la festa variegata della sua apparizione, che la percezione registra allo stato puro, al di fuori di ogni interferenza d’ordine concettuale e, perciò stesso, al di fuori di ogni realismo. Per Turcato si tratta, da un parte, di liberare la percezione dai suoi supporti nozionali o culturali, ma anche, e soprattutto, di cogliere in essa, integrata e magari contaminata da quei supporti, la traccia di una realtà più profonda, traccia inscritta all’interno del Soggetto e di cui la percezione non è che il rispecchiamento: la “via di uscita verso/dentro”, come lo stesso artista la definisce.

“Queste immagini, sensazioni, materiali, memorie, illusioni allucinazioni, forme, itinerari, sono il mio bagaglio aperto alla dogana del prossimo millennio”: così  ha scritto Turcato in relazione alle sue opere. Un’affermazione che potrebbe essere letta come una dichiarazione di poetica da parte di un artista che ha svolto un compito essenziale nel liberare l’arte dalle convenzioni accademiche, in un percorso originale e solitario.

Nota biografica

La sua formazione avviene a Venezia, dove frequenta il Ginnasio e la Scuola d’Arte, poi il Liceo Artistico e la Scuola Libera del Nudo. Comincia ad esporre nel ’32 in mostre collettive. Dal 1937 si sposta a Milano, dove lavora presso lo studio dell’Architetto Muzio, e in questa città nel ’39 tiene la sua prima mostra personale. Nel 1942-43 espone alla Biennale di Venezia. Nel ‘43 si trasferisce definitivamente a Roma, dove entra subito nel vivo delle polemiche artistiche, e partecipa anche alla Resistenza: la sua attività si lega infatti sempre strettamente all’impegno sociale e politico. Nel 1947 fonda il gruppo “Forma 1” con Accardi, Attardi, Consagra, Dorazio, Guerrini, Sanfilippo, firmando il manifesto del “Formalismo”,  e nello stesso anno aderisce al “Fronte Nuovo delle Arti”, a cui partecipano anche Vedova, Santomaso, Guttuso, Leoncillo, Corpora, Morlotti, Birolli, Franchina, Fazzini, Pizzinato e Viani. Nel 1950 entra nel “Gruppo degli Otto”, promosso da Lionello Venturi, insieme ad Afro, Birolli, Corpora, Moreni, Morlotti, Santomaso, Vedova. Nel suo lavoro si evidenzia ben presto la ricerca attenta e profonda sulla natura e la qualità del colore e della luce, e sulla metamorfosi delle forme, insieme all’interesse per le scienze biologiche e fisiche, costante quanto il suo impegno sociale e politico. Gli anni ’50 lo vedono presente in molte mostre in Italia (a Venezia espone sempre, anche con sale anche personali, alla Biennale) e all’estero (Parigi, Germania), così come nei decenni successivi – ’60, ’70, ’80 – continuano le sue prestigiose esposizioni  internazionali (New York, Kassel, Londra). Nel 1993 è presente nuovamente, per l’ultima volta,  alla Biennale di Venezia, ospitato nella sezione intitolata “Opera Italiana”

Orario dal Martedì al sabato :10 – 13.30 e 15.30 – 19.30; Lunedì 15.30-19.30.

Ingresso libero

Galleria Mucciaccia

Piazza d’Ara Coeli 16, 00186 Roma

www.galleriamucciaccia.it

tel 06 69923801 info@galleriamucciaccia.it

di indaco e di rosa, di oltremare e di garanzia, di paonazzo e di turchino,

di violetto e di perla, nelle mescolazioni rituali, libagioni, con arancio e solari ipnosi, bianchi mistificati e asciutte

verità, verdefossile, verdefantasma,

moltiplicati in rossobabele, blu tetri, grigio candela, perla saliva, terra bruciata, ocra cartapesta…

Emilio Villa  (Giulio Turcato, 1984..)

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