NUOVO VIAGGIO DI HYPERION PER SALVARE L’ARTE COME LINGUAGGIO DELL’UMANITA’, ECONOMIA RAZIONALE.

 

Da dove vengono la ricchezza lessicale, la capacità immaginifica, le idee? O cos’è che si forma prima nella mente: idee o parole? Immagini o concetti? O si compenetrano all’unisono come succo di tutte le esperienze sensibili distillate nelle ampolle delle emozioni e filtrate dai sentimenti?

Da sempre filosofi, linguisti, psicologi, umanisti, antropologi si sono interrogati circa i rapporti tra mente e psiche, pensiero e parola, memoria ed identità. Primi fra tutti, forse, i Greci che hanno dato asilo alla nostra civiltà…ma questa  è solo una visione limitata della storia, è la visione che abbiamo fortemente ereditato, quella dei nostri genitori più prossimi, perché al di qua dell’Egeo e al di là del Mediterraneo il mondo pulsa e pullula di vita …e lo ha sempre fatto.

I Greci hanno avuto il merito di trovare nella Forma e nell’Arte la chiave di volta del loro Pensiero e Nietzsche lo intuisce contrapponendo a Dionisio, dio delle passioni, delle gioie e dei dolori, maschera dell’esistenza, ad Apollo dio dell’arte che imprime una forma all’indifferenziato, al pensiero, che rende tollerabile la vita così intrisa e fitta di passioni.

Ma l’arte è vissuta al di qua dell’Egeo e al di là del Mediterraneo, l’arte è stata dei Cinesi e degli Aztechi, l’arte è stata, insieme all’idea di infinito e di Dio la prima traccia di pensiero umano che ha differenziato per sempre l’antropos dal suo progenitore scimmia.

Ma la forma più perfetta del pensiero, la forma più difficile da scolpire, perché forse non vuole e non deve rimanere in una forma é la Democrazia, la forma più dinamica e viva che rappresenta il succo di tutta la storia dell’umanità intrisa di diritto, giustizia,  civiltà, passato, presente e futuro.

La Democrazia ha attraversato tutta la strada dello sviluppo umano, ha portato con sé il pathos greco, il senso dell’onore, la dignità, l’etica, la norma e ha reso l’uomo libero quando non è stata vestita di utopia, quando è riuscita a spezzare le catene e ad uscire dalle caverne dei totalitarismi e degli assolutismi, quando è riuscita a staccare lo sguardo dalle ombre proiettate sulle pareti delle caverne e a guardare oltre, dialogare con i suoi simili.

Ma la democrazia così come la capacità immaginifica, la parola, il pensiero va coltivata come una pianta, custodita come un fuoco sacro, tramandata come i geni e c’è un’unica possibilità per farlo: salvaguardare la cultura, salvaguardare l’arte, tramandarle di rimando dopo averle filtrate nella rete fitta della nostra trama dove l’ordito del nostro agire presente al rovescio offre il disegno vero della riflessione che è dietro ad ogni atto.

In un recente articolo su Martha Nussbaum si legge questo appello forte di ogni richiamo all’importanza di salvaguardare l’arte e gli studi che riguardano questo immane linguaggio capace di comunicare concetti travalicando le lingue e trasbordando di mente in mente, superando i pregiudizi e le limitazioni degli schemi e delle strutture. La filosofa di New York che ha attraversato liberalismo, ebraismo, umanesimo, economismo e femminismo si fa spora di un gene che va ancora una volta impiantato: la cultura del bello e dell’arte come gene capace di formare il pensiero critico e gli uomini liberi, consapevoli, evoluti.

Solo favorendo la cultura umanistica e l’arte può salvarsi il mondo democratico perché gli studi umanistici sono in grado di formare le menti alla capacità di elaborazione e di rielaborazione che non è solo prettamente logica e razionale, ma anche fortemente emotiva e rievocativa cosa che non potrà mai essere una “mente” cibernetica. Per quanto un microchip   imiti la capacità mnemonica visiva, matematica e di calcolo, uditiva, rievocativa non potrà mai avere la possibilità di un grande assunto umano: la capacità di un’interfaccia emotiva.

L’economia degli Stati deve tenerne conto, non può produrre ricchezza se questa non è più in grado di soddisfare un mondo che non è solo retto da leggi finanziarie e di mercato. Si ritorna all’essenza delle cose non più solo PIL ad arricchire una globalità uniforme ed uniformata, ma valori aggiunti che nella globalità e nell’indifferenziato cercano una propria identità aperta e disponibile, un valore che si aggiunge ad altri valori. E quando si parla di valori umani non si parla di città ideali o di terre promesse si parla di costruzioni possibili e di pietre angolari dove è necessario costruire ponti e creare varchi.

Ci viene in mente un nuovo viaggio di Hyperion come nel romanzo di Holderin il viaggio dell’uomo che lotta per l’affermazione  dei diritti, che ricerca se stesso, che è capace di passione e di non rimanere nell’eco del suo dolore ma di travalicare il passo verso se stesso e la natura del mondo, ritrovare l’essenziale tralasciando l’effimero, guardare avanti con le spalle cariche, alzare la testa verso un orizzonte nuovo, intravederlo, desiderarlo. Perché ancora, alla base di ogni ricerca, alla base di ogni viaggio di scoperta verso  e verso la democrazia c’è l’uomo e il suo desiderio, la sua volontà alacre di camminare incontro al suo destino, di compiere quella particella del tutto che rappresenta.

 

 

Marianna Scibetta e  Antonio Capitano

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