“COMONESCTE”

“Ma ancora non lo avete capito? Ci scanniamo brutalmente – metaforicamente parlando, ci insultiamo, facciamo uscire tutta l’aggressività, la violenza, la ferocia nei faccia a faccia, nei talk shows, nei dibattiti e anche nelle sedute parlamentari; tutto è in realtà un teatrino per il pubblico televisivo. Ci massacriamo verbalmente, ci manganelliamo mediaticamente, poi magari a telecamere spente andiamo a prenderci un caffè alla buvette di palazzo Chigi insieme facendoci i complimenti per la recita, criticando magari qualche inquadratura da migliorare”.
Questo potrebbe essere l’incipit di un potenziale dialogo tra i politicanti nostrani in vena di confessioni: è tutto, assolutamente tutto per intrattenere il pubblico televisivo, eterna finzione mediatica per gli ascoltatori a casa che ovviamente non hanno la benché minima idea di come vadano le cose realmente in quanto spettatori passivi ed impossibilitati nel selezionare una strategia di difesa.

Adesso coloro che potrebbero leggere questo articolo del sito al di sopra del fiume Po saranno colti da indignazione anti-meridionalista, accessi di razzismo xenofobo, rabbia padana; ma l’analisi linguistica che segue ha la sua importanza per capire come lo sfruttamento del mezzo mediatico raggiunge livelli di sofisticazione tali da creare nella coscienza dello spettatore televisivo informato sui fatti quella narrativa che i media si sforzano di imporre ferocemente sopratutto nei teledipendenti più inveterati.

La lingua italiana parlata nel Meridione ha – com’è ovvio – le sue caratteristiche salienti; l’italiano parlato in particolare in Sicilia utilizza fonemi che descrivono l’accento Siculo in generale con l’uso delle vocali dell’alfabeto come segue: al posto della vocale “e” chiusa (quella che differenzia il suono in “è”[verbo] ed “e” [congiunzione]) viene utilizzata una vocale che si avvicina ad un suono intermedio tra la “e” e la “i”; la ”i” viene espressa con un suono che ha le caratteristiche simili alla “e” chiusa; al posto della “o” esistono due fonemi principali: una “o” aperta piuttosto vicina alla “a” e un’altra molto chiusa molto vicina alla “u”; la ”u” viene espressa a sua volta con una vocale simile alla “o” chiusa (il suono per intenderci che differenzia la “o” [congiunzione] e il suono in “ho” [verbo]). La “a” invariabilmente rimane sempre “a” senza particolari eccezioni.

Molti anni fa una colonna portante del giornalismo italiano – il compianto Enzo Biagi – passato susseguentemente al giornalismo televisivo, intervistò in video il boss mafioso Luciano Liggio, il quale rispondendo alla domanda concernente i giudici che l’avevano fatto arrestare si prodigò in una analisi molto personale sulla stabilità psichica dei suddetti giudici con sentenze agghiaccianti rese ancora più significative data la sede nella quale queste analisi vennero fatte, cioè lo sfruttamento del video per raggiungere quanto più pubblico possibile; il premier dell’attuale coalizione di governo si lasciò andare ad un’analisi simile, intervistato parecchi anni fa da un giornalista Inglese del settimanale conservatore The Spectator, dopo un colloquio rilassato davanti ad un buon bicchiere di vino; l’intervista fu pubblicata sul settimanale Britannico e lo scopo ed i paralleli delle affermazioni fatte da entrambi gli intervistati a distanza di anni avevano come meta finale il tentativo di screditare la magistratura pubblicamente facendola passare per un’accozzaglia di malati mentali, o peggio.
Quando nel Gennaio del 1993 venne arrestato Totò Riina – a suo tempo diventato il boss assoluto dopo essere stato per anni il luogotenente di Liggio – il terremoto scatenato da tale evento, ebbe ed ha tuttora conseguenze importantissime circa l’assetto socio-politico-economico del Paese; naturalmente un boss di tale calibro non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione per lanciare messaggi a chi voleva e doveva capire attraverso il mezzo televisivo quando venne interrogato davanti al collegio giudicante con il processo trasmesso in tempo reale in Tv. In un contesto di assoluto populismo mediatico la parola di un capo del crimine organizzato vale più di ogni altra; specie se viene enunciata con tipiche inflessioni dialettali o con specifici fonemi vocali del dialetto in questione. Che Riina asseriva di essere “una terza elementare” – il mestiere imparato sulle strade di Corleone certo non gli dava il tempo di andare a scuola – rende ancora più emotivamente carico di significati quello che affermava durante il processo, rendendo la sua confessione non di per sé stessa una confessione, ma un’occasione per affermare una volta ancora il suo dominio che si dice comprendesse l’intera Sicilia e molto oltre, ed in una “democrazia televisiva” la spettacolarizzazione attraverso il mezzo televisivo testimonia freddamente quello che viene mostrato: è cura del regista, del montaggio, della scelta delle inquadrature dare “corpo” alle immagini, descriverle in ”un linguaggio mediatico”.

Nei primi anni Novanta l’era dell’informatizzazione era ancora molto embrionale, si dava più ascolto e credito a quell’altra parola che diventerà così radicata in futuro nelle coscienze che adesso sembra impossibile scorporare l’informatizzazione dalla parola “globalizzazione” e ancora di più dall’”informatizzazione globalizzata”: chi ha capito come il futuro sarebbe diventato sempre di più parte di questo “teatro mediatico” ha ipotecato una bella fetta del proprio tempo ed energia nel creare questa narrazione nei telespettatori, arrivando alla costruzione di automi mediatizzati che rispondono a stimoli Pavloviani in un contesto generalizzato di lavaggio del cervello: provate a dire la parola “comunista” ai più invasati seguaci del premier, quelli con la bava alla bocca, quelli con gli occhi da indemoniati, scherani prezzolati, e avrete una risposta immediata allo stimolo Pavloviano con repentino contorcimento di budella ed unica reazione a tale stimolo l’azione violenta, l’aggressione fisica se non psichica di chi non la pensa come il premier, per placare lo sfogo rabbioso indotto. Il primo che capì tutto questo non fu – udite, udite – l’attuale presidente del Consiglio, ispirazione della coalizione del centro-destra sdoganata all’estrema destra, anche quella leghista, con il suo corollario di razzismo, xenofobia, arroganza, violenza, idee deliranti di onnipotenza padana, anti-meridionalismo radicato, ferocia settentrionalizzata. No: nelle dichiarazioni spontanee di Totò Riina di fronte alla corte che lo processava, chi egli aveva nel mirino come responsabili della sua cattura erano – oltre ai vari magistrati, nemici giurati dell’anti-Stato – i “comunisti”. Ecco: a Corleone però non si dice “comunista” ma “comonescta” in virtù di quanto spiegato prima secondo l’analisi linguistica dell’italiano parlato in ampie zone della Sicilia da individui con poca scolarizzazione – indotta o perseguita, questo sarebbe un argomento da analizzare ulteriormente, con l’aggiunta del fonema “sc” come nel suono della parola “scena” al posto della “s”.

Ancora una volta il premier si ispira a figure mediatiche penetrate nelle coscienze Italiche da decenni, per portare avanti il suo progetto delineato molto tempo fa nella mente eversiva di Licio Gelli e la sua P2, nel tentativo di sradicare per sempre i “comonescte” dal panorama politico italiano. Con queste oscure premesse, sarà ancora una volta la perseveranza di un intero popolo ad affrontare lo tsunami di violenza, di aggressività, dell’arrogante ferocia della destra xenofoba e razzista, i deliri da parte di psichicamente disturbati e manipolatori di coscienze di giovani fanciulle incarnate in modelli televisivi a guisa di prostitute minorenni, che vedono nel premier un “secondo papà”: in termini legali si chiama “incesto” ed è un reato perseguibile ai sensi di legge.

Ma tutto questo i magistrati lo sanno molto bene; il premier adesso tenta di rovesciare le carte utilizzando un suo vecchio cavallo di battaglia, ovvero paragonare la magistratura ad una cosca mafiosa. E’ evidente che lui i “comonescte” li teme: alcuni sono anche piazzati sotto il lettone di Putin. Invisibili.

Marco Rossi.

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