PAROLE: LA LIBERTA’ IMPOSSIBILE. SUGGERIMENTI E PROPOSTE.

Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche
e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo,

per vedere come li avrebbe chiamati:

in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi,

quello doveva essere il suo nome“.

Genesi 2:19

Non ci sarebbe modo migliore per manipolare le menti umane da parte di poteri occulti attraverso l’utilizzo dei media dosando sapientemente la formazione di un processo culturale che susseguentemente resterà così radicato nell’inconscio collettivo di un’intera nazione, per così tanto tempo che diventerà parte del suo humus culturale, sociale, politico e finanziario per molti decenni a venire. Questo ormai è più che pacifico ed assimilato. Quello che successe in Italia subito dopo il conflitto mondiale, con un accurato studio sull’uso dei mezzi di comunicazione, incluse l’analisi del modo in cui l’utilizzo della lingua Italiana da parte di enti culturali Italiani legati alle forze alleate, ed in particolare quelle Anglo-Americane, impiegarono il Piano Marshall (cioè il piano politico-economico statunitense per la ricostruzione dell’Europa dopo la Seconda guerra mondiale) come trampolino di lancio per questa colossale, gigantesca manipolazione delle menti degli Italiani, che determineranno i pensieri, la vita, le azioni e le loro future scelte socio-politico-economiche su larghissima scala.

Essendo l’Italia un paese sconfitto, dopo che il delirio totalitario nazi-fascista venne giustamente e fortunatamente messo al bando per sempre, il Paese si sottopose alle richieste necessarie per la sua ricostruzione, e uno dei campi attraverso i quali un nuovo mondo prendeva lentamente forma fu – come detto – quello dello sfruttamento della scienza della comunicazione; cinematografica prima e televisiva in futuro, allora veramente ancora in uno stato embrionale in Italia, ma già parecchio fiorenti in nord Europa e al di là dell’Oceano. Enormi quantità di film Anglo-Americani vennero perciò spediti principalmente dagli Stati Uniti per intrattenere la popolazione Italiana a quel tempo ovviamente traumatizzata profondamente dagli orrori del conflitto, la quale cercava un modo per svagarsi dalla brutalità post-bellica e sognava un futuro ancora tutto da inventare, con le sue ansietà, paure, incertezze, povertà e precarietà.
A differenza dall’intrattenimento però i media servivano principalmente per informare e un tempo, prima della radio c’era solo la carta stampata in un’Italia dove il livello di scolarizzazione non era così dato per scontato come lo è adesso nel nuovo secolo; la lettura dei giornali era un lusso all’appannaggio della borghesia, la classe dirigente, gli industriali, i nobili e il clero insomma coloro che avevano la parola negli affari socio-economici del Paese: un articolo lo leggi, interiorizzi ciò che viene scritto e hai la possibilità di meditare su quello che hai letto e “personalizzarlo”.

Con l’avvento della radio sul suolo italico iniziò l’immediatezza della percezione del linguaggio parlato non soltanto faccia a faccia – in questo caso solo ascoltato -, e il suono della parola si estese in tutto il paese, divenne familiare e veramente alla portata di molti. I programmi radiofonici non erano solo informazione comunque, ma anche appunto intrattenimento e da lì in poi il passo verso la televisione fu relativamente breve secondo necessità di processi industriali indispensabili e a quel tempo velocissimi. Se dunque la parola scritta era fonte di meditazione, quella parlata e detta nella sua immediatezza percettiva lasciava poco spazio all’immaginazione, e chi informava aveva (e ha) un potere enorme; certo non puoi impegnarti in una discussione animata con una radio o una televisione in quanto elettrodomestici, puoi solo ascoltare e guardare.

Le immagini perciò sono complementari all’audio, e non di rado spesso si dice che le “immagini parlano da sole” senza l’aiuto del sonoro, e il modo di come utilizzare il commento di ciò che si vedeva sullo schermo fu oggetto di approfondite ricerche; e di come portare lo spettatore ad un livello “acritico” in quanto tale – soprattutto per i “non addetti ai lavori” –  e l’espansione e l’esporto di una cultura diversa da quella alquanto provinciale come era quella Italiana del dopoguerra, trovò lo sbocco ideale nella nascita del doppiaggio cinematografico, un modo per intrattenere e “formare” le coscienze dei paesi Europei. Il problema era di come rendere appetibile tale intrattenimento – ovviamente le storie parlavano di culture e lingue straniere, lontane – e la maggior parte dei film raccontavano le gesta di eroi senza macchia e senza paura con immense e sconfinate praterie sullo sfondo, per citare le immagini più ricorrenti viste e riviste milioni e milioni di volte.

I primi film doppiati dall’Inglese all’Italiano erano fatti da attori e attrici di origine Italiana che avevano vissuto lungamente in paesi di lingua Inglese – e conoscevano l’Italiano -  ma il loro Italiano aveva un marcato accento Inglese; il risultato era perciò abbastanza ridicolo commercialmente e per un pubblico di larga portata che accorreva a vedere i film; e non apprezzava molto. Lentamente l’esperimento ebbe un’evoluzione positiva però, e così nacquero le prime sale di doppiaggio cinematografico con attrici e attori Italiani che recitavano da copioni precedentemente tradotti e dunque lavoravano sulla lingua Italiana apportando tutta la loro professionalità, capacità interpretativa ed emotiva: ma le traduzioni erano ancora piuttosto letterali e non tenevano conto delle differenze culturali, a quel tempo assai evidenti a differenza di oggi, era della globalizzazione di YouTube e di Internet.

Perciò, se un film comprendeva la scena in cui il protagonista, ai fini dell’evoluzione sequenziale della storia si trovava, poniamo, in una situazione dove doveva necessariamente recitare la parte dello “straniero” in un paese non di lingua Inglese, (molte storie raccontavano di cavalieri solitari che “sconfinavano” – specie nei Western – dagli Stati Uniti al Messico, cioè linguisticamente dall’Inglese allo Spagnolo) il problema si presentava nei termini seguenti: il protagonista (diciamo recitato da un John Wayne) doveva chiedere ad una persona del posto se “parlava Inglese” per acquisire informazioni anche vitali per la sua sopravvivenza, e se l’interlocutore gli rispondeva affermativamente, la conversazione era doppiata in Italiano esattamente come era tradotta dall’Inglese, rendendo il dialogo piuttosto surreale in quanto lo spettatore Italiano “capiva” nella sua lingua un idioma straniero e avrebbe potuto pensare: ” allora capisco l’Inglese! Ma guarda un pò…basta andare al cinema e vedermi i Western Americani!”. Il modo di pensare, di ragionare italico stava lentamente, inesorabilmente cambiando per sempre.

Quando anni dopo i diritti cinematografici vennero poi comprati dalle televisioni per raggiungere un pubblico ancora più vasto il problema non fu risolto per molti anni ancora: fino verso più o meno la metà degli anni ’70 i copioni dei Western Americani erano tradotti ancora letteralmente, e la battuta “parli (o parla) Inglese” tradotta in lingua Italiana, persisteva.
Verso l’inizio degli anni ’80 la nascita delle televisioni commerciali in Italia – con accordi import-export di film di cassetta soprattutto con gli Stati Uniti in quantità industriali, per garantirsi la loro mera sopravvivenza come canali televisivi alternativi alla Tv di Stato - vide un drastico cambiamento di tutto ciò: la battuta ”parli (o parla) Inglese” tradotta in Italiano veniva decisamente letta come assurda e si optò per la più logica: “parli (o parla) la mia lingua“?
Di questo www.wikipedia.org ne dà un esempio interessante. Se si digita “Origini del doppiaggio cinematografico in Italia” nell’apposita casella, una parte della lunga spiegazione appare: ”Capita che i personaggi doppiati usino frasi che, sebbene sembrino del tutto normali a prima vista, nessuno userebbe. Il caso più frequente è il classico “Parla la mia lingua?” con cui vengono tradotte le domande del tipo “Do you speak English?”, “Sprechen Sie Deutsch?” o “Parlez-vous français?”. Infatti, se il dialoghista usasse la traduzione letterale (“Parla inglese/tedesco/francese?”), lo spettatore potrebbe equivocare e non capire perché un personaggio che parla italiano si interessi a una lingua straniera; se invece preferisse la forma “Parla italiano?”, si noterebbe troppo l’artificiosità di un personaggio che parla correntemente una lingua che non è la sua. È il caso, ad esempio, di una celebre scena dell’edizione italiana di Pulp Fiction, in cui uno dei due sicari, Jules Winnfield (Samuel L. Jackson, doppiato da Luca Ward), chiede alla sua futura vittima, Brett (Frank Whaley), «”Cosa” è un paese che non ho mai sentito nominare… lì parlano la mia lingua?». In lingua originale, il passaggio recita così: «”What” ain’t no country I know! Do they speak English in “What?”»”.
Nel XXI secolo quindi, quello dell’informazione non-stop, si percepisce adesso che le barriere linguistiche sono ormai solamente nelle menti di chi non riesce o non vuole “allinearsi” al progresso, un retaggio di un certo conservatorismo superato, che rischia di far rimanere l’Italia al palo in un contesto Europeo ed oltre; le scelte governative del centro-destra, con i suoi nazionalismi da vecchi dinosauri, nemici del progressismo, che - come indica il significato della parola stessa sono scelte di un “governo conservatore”- ”conserva” identità fossilizzate nel passato, prive di sbocchi, che si nutrono di ignoranza, razzismi inutili, xenofobie sclerotiche e totale mancanza di aperture mentali.

Sarebbe ora che tutto ciò possa beneficiare di una spinta significativa verso un totale rinnovamento per cambiare le menti di una certa ottusità italica, piccolezze da condominio, ristrettezza di vedute, campanilismo inamovibile: recentemente il governo ha dichiarato che, data la crisi economica, un bastione storico della cultura filmica Italiana – cioè gli studi di Cinecittà a Roma –  subirà pesantissimi tagli, o addirittura chiuderà per sempre. Per evitare una simile catastrofe e per abbattere i costi una riconversione delle sale di doppiaggio si impone: l’impatto epocale informatico è già in atto da almeno una ventina di anni ormai, con l’utilizzo del programma Avid nel montaggio che sostituisce di fatto la moviola con la sua “artigianalità”; e tutti gli attori e le attrici Italiani che per molti decenni hanno prestato solo la loro voce agli artisti Anglo-Americani, per esempio, potranno finalmente pensare ad una vera carriera attoriale in video o teatrale in toto; e tutti i prodotti da oltreoceano dovrebbero essere sempre sottotitolati in lingua Italiana, trasformando le sale di doppiaggio in studi iper-tecnologizzati iper-computerizzati per un fiorentissimo mercato dei sottotitoli con un enorme impulso al miglioramento e lo sfruttamento dei prodotti cinematografici nazionali, incoraggiando produzioni locali con costi limitati per un pubblico interessato e frammentato; da una parte prodotti solo Italiani, e dall’altra film in lingua originale solo sottotitolati su scala nazionale per decreto governativo; si avrebbe così un effetto positivo molteplice: rivitalizzare un esangue mercato interno, battere la crisi, e finalmente apprezzare e gioire vedendo un Robert de Niro, un John Travolta, o una Gwyneth Paltrow parlare la loro lingua per, una volta per tutte, imparare davvero. Per legge. Meglio di Gelmini. O Bondi: o no?

Marco Rossi.

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