INTERVISTA CON LA PROFESSORESSA DANIELA BINI ALLA VIGILIA DELLA GIORNATA PER LE VITTIME DEL TERRORISMO.

DI ILARIA GUIDANTONI

 

Come nasce l’idea di un dibattito su Milano, città duramente e simbolicamente colpita dal terrorismo, all’indomani delle celebrazioni in tema?

Tra l’altro l’attualità vive un momento delicato di rilettura del femminile reificato da moda e politica, costume e società in caduta libera di valori. In tale contesto sta nascendo una nuova forma di lotta armata o gentile, informatica, una nuova protesta declinata in rosa.

“Una riflessione sul 9 maggio e sulla giornata della memoria per le vittime del terrorismo non può non comprendere Milano, una città che è stata spesso colpita da bande e associazioni terroristiche e che ha visto negli anni Settanta e Ottanta anche attacchi contro personaggi pubblici che hanno lottato apertamente contro ogni forma di violenza e di terrore: penso a Indro Montanelli, gambizzato dalle Br il 2 giugno 1977 e penso a Walter Tobagi, assassinato da una banda di estrema sinistra il 28 maggio 1980. Le immagini d’epoca di Milano invasa dai cortei, con il cielo ancor più grigio per i lacrimogeni della polizia e delle forze dell’ordine, con giovani che impugnano armi e indossano passamontagna, fanno ogni volta un certo effetto: molte fotografie, compresa quella famosa, divenuta il simbolo degli “anni di piombo”, che inquadra il giovane Giuseppe Memeo che a gambe piegate spara durante una manifestazione nel 1977, parlano da sole più di qualunque analisi storica e mostrano una Milano attraversata dal vento della contestazione e della violenza. Oggi, trascorso molto tempo da allora, a Milano come in Italia certo non viviamo più negli “anni di piombo” e nella cosiddetta “strategia della tensione”, ma le forme di violenza esistono e sono ancora numerose, talora anche striscianti e subdole. I valori e i principi della democrazia vengono insidiati ogni giorno e talvolta anche un gesto o una parola possono minare le basi della convivenza civile. Io credo che la donna e la componente femminile della società possano far sentire la propria presenza e la propria voce in modo diverso da quello a cui, negli ultimi tempi, la stampa e i media in generale hanno dato risalto.”

Ma tornando agli Anni di Piombo, cosa si può salvare? Cosa invece condannare senza prova d’appello?

 “Di quegli anni, degli anni Settanta, e di tutti quei periodi della storia in cui i grandi ideali sono stati perseguiti con la lotta armata, io salverei i principi e la forza con cui ci si è battuti per realizzarli, non certo lo strumento utilizzato. Sono sempre più convinta che la vera arma da usare oggi sia quella della parola: Roberto Saviano ce lo insegna ogni giorno con il suo esempio. Scrivere, parlare per denunciare, per non tacere, per mostrarsi indignati e non sottostare alle forme di brutale violazione delle dignità umana a cui oggi sempre più spesso assistiamo è un dovere morale. Ciò che mi ha sempre impressionata nei racconti delle donne che hanno intrapreso la lotta armata è stata la determinazione con cui hanno perseguito uno scopo, la rinuncia a ogni forma di rassegnazione, la volontà di agire fuori dal coro, fuori da ogni forma di passività sociale. Credo che questo vada salvato. Ma credo anche che la violenza debba essere evitata a ogni costo: le armi non risolvono le questioni – la storia ce lo insegna fin troppo bene – ed è necessario, oggi più che mai, rispondere con il dialogo e con il confronto, ma anche con la volontà di modificare la direzione che ha preso la nostra società. La donna può e deve dare un esempio di dignità, di forza positiva, di intelligenza. L’aggressività è da condannare, così come è da condannare ogni forma di estremismo; la determinazione è da salvare a tutti i costi, anzi, direi da recuperare.”

Come cambia la lettura degli accadimenti e dei comportamenti all’interno di un’operazione di contestualizzazione?

Bisogna, a mio giudizio, contestualizzare sempre: studiare oggi gli anni Settanta e la scelta femminile della lotta armata significa calarsi in un momento storico e politico diverso da quello odierno e coglierne le inevitabili diversità. Solo con l’obiettività e il distacco critico si può pensare di analizzare senza pregiudizi o prevenzioni quel periodo, per molti aspetti ancora scomodo per gli italiani e non facile da metabolizzare. D’altro canto, per comprendere il nostro presente, io sono sicura che si debba passare attraverso quegli anni, senza timori, senza vergogna, senza preconcetti, perché se è vero che noi siamo figli di chi ci ha preceduto, è ancor più vero che noi siamo i figli degli “anni di piombo”, che hanno segnato la storia del nostro Paese. Può non piacerci, può risultare per noi difficile da accettare, ma è così. Contestualizzare, dunque, ci serve sia per affrontare con equilibrio l’analisi di quegli anni sia per valutare con altrettanto equilibrio il nostro presente. Significa, in sostanza, comprendere che la donna che lotta negli anni Settanta e la donna di oggi sono diverse, ma non estranee l’una all’altra: rifiutare di capire le loro motivazioni e le loro scelte vuol dire, per noi donne di oggi, rinunciare a comprendere una parte di noi.”

Come ne esce la donna dalla lotta armata?

 Quando la donna imbraccia un’arma e spara, uccide, ferisce, nega la vita. Anche per un uomo è così, ma per la donna, datrice di vita, la questione è più complessa e articolata. L’immagine di donna che esce da un’esperienza armata – penso alle terroriste rosse e nere degli “anni di piombo” – è quella di una donna sconfitta, ripiegata spesso in se stessa, frustrata nei suoi ideali e, per di più, con un peso immane da sopportare, quello delle morti che ha provocato. La società guarda a lei come a una reietta, una da condannare senza sconti, una da escludere dal consesso civile. Una a cui deve essere negata anche la possibilità della parola. Una donna che ha agito in nome di ideali e che poi si ritrova a essere esclusa proprio da quella società in nome della quale e per la quale ha combattuto è sconfitta due volte: perché non ha ottenuto gli ideali cui aspirava e perché non ha capito di agire senza l’appoggio della società che la circondava. Una donna, al contrario, come quelle tunisine, che si batte andando in piazza a manifestare per i propri diritti fornisce di sé un’immagine positiva, perché fa sentire la forza delle idee senza ricorrere alla violenza dell’azione. In questo caso ne esce bene, rinforzata umanamente e socialmente.”

Ritiene che la donna sia cresciuta con questa esperienza? O invece ha perso qualcosa? O si è persa?

 Riferendomi ancora a quanto letto nelle testimonianze di ex terroriste, posso affermare che ogni donna che ha intrapreso la lotta armata è cresciuta: lo si comprende dalle parole che ciascuna di loro scrive, dalle riflessioni, spesso molto profonde e tormentate, che tutte svolgono su se stesse e sulla scelta fatta. Per molte di loro il carcere, pur nella durezza dell’isolamento e della solitudine, ha rappresentato un lungo momento di totale confronto intimo e personale: anni di carcerazione hanno coinciso con studi, letture, analisi sociali e politiche, e con inevitabili e direi necessari riferimenti all’esperienza vissuta in prima persona. Il senso di sconfitta c’è, chiaramente espresso, per ognuna di queste donne. Il senso di perdita interiore, quando è presente, si unisce disperatamente alla volontà di non farsi trascinare nel baratro dell’annullamento di sé, della totale sterilità, della sensazione di avere solo distrutto e non aver costruito nulla. La lotta tra l’annichilimento e la volontà di guardarsi allo specchio senza provare disprezzo di sé si legge con chiarezza tra le righe delle loro testimonianze. Forse questo intricato groviglio di sensazioni spiega anche la ragione per cui molti ex terroristi, donne ma anche uomini, oggi operano nel sociale, tentando di aiutare persone che si trovano in difficoltà e in condizioni disagiate: un’attività che li fa sentire utili, concreti, finalmente parte positiva di una società che li ha esclusi per le loro colpe. Come nel caso della rivoluzione tunisina, rappresenta una chiave di analisi singolare del femminile. Il punto che sottolineerei è l’ambiguità e la contraddizione tra grandi ideali e cattive pratiche di violenza”.

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