………………di vita, nelle vicende di 14 differenti protagonisti, per l’ultimo romanzo di Andrea De Carlo

Eravamo quasi preparati, dopo “LuieLei” di due anni fa, ad un romanzo dove si confrontassero e “scontrassero” i due sessi. In realtà, la nuova fatica di De Carlo,  ambizioso progetto di più di 900 pagine, è uno spaccato di vita ripartito tra 14 protagonisti, molto diversi tra loro, per cultura, ceto sociale, lingua, personalità…Si trovano, ciascuno per motivi diversi, in un resort di lusso, sull’isola Siciliana di Tari (in realtà, immaginata dall’autore, per renderla scevra da vincoli descrittivi)…selvaggia ed inquietante con un vulcano che incombe minaccioso sulle loro vite.                                                                         E’ un romanzo complesso, godibile, in cui la presenza di molteplici lingue, non ultima, il dialetto Tarese, una sorta di esperanto, rendono tutto più reale. La lettura inchioda, incuriosisce, porta a voler sapere come finirà l’intera vicenda.  Fino a scoprire che, in realtà, il finale è un non-finale…i personaggi restano come “sospesi” in quello che sarà il loro destino!  Ma non vogliamo rivelare altro, per non rovinare la sorpresa ai lettori…

“Villa Metaphora” , uscito da poco, è il suo romanzo più ambizioso, per com’è presentato, 921 pagine, l’isola di Tari, un’isola che non esiste…Ma se non c’è, come ha fatto a raccontarla?

“Mi sono documentato su una serie di isole simili. Non volevo che fosse un’isola impossibile, da romanzo fantasy. E’ un’isola vulcanica, come ne esistono nel nostro Mediterraneo. Mi serviva invece, l’immaginario, per essere libero sia geograficamente che storicamente, per creare un retroterra a quest’isola di Tari, più libero, più aperto all’immaginazione.”

“14 protagonisti, che vengono da varie parti del mondo, che parlano lingue diverse. Come ha costruito questi personaggi ed in quanto tempo?”

“Ha richiesto molto tempo. La scrittura del romanzo è stata fatta in due anni, però il lavoro è iniziato molto prima con una ricerca dei personaggi e la definizione del loro retroterra. Molte cose non sono entrate nel romanzo, ma sono servite a me, per conoscere loro, per farli diventare vivi, reali.  Siccome sono molto differenti tra loro, dal banchiere Tedesco al cuoco Spagnolo, all’attrice americana…i retroterra erano molto diversi e richiedevano ricerche in campi lontani.”

“Tra l’altro, in quest’isola, si parla un dialetto, il Tarese, una sorta di esperanto. Non sarà una ribellione fisica e metaforica contro la globalizzazione?”

“Sì, anche questo. Quello che volevo raccontare è il mondo in cui viviamo con le sue contraddizioni, una di queste, la sopravvivenza di culture locali e la apparente universalità. Per questo, un dialetto che è, come un’ipotetica lingua universale, ed invece, paradossalmente, è parlata solo dai pochissimi abitanti di Tari.”

“Galeotta fu la macchina da scrivere, una Olivetti 22 rossa, che la mamma le regalò per i suoi 18 anni. La usa ancora ogni tanto, o la conserva come una reliquia?”

“Mi piacerebbe usarla! Ci ho provato qualche anno fa, stanco del computer e di avere i miei scritti in questi circuiti elettronici sempre un po’ misteriosi e piuttosto infìdi, ma in realtà il passaggio al computer è irreversibile. Il computer è più elastico. La macchina da scrivere è indubbiamente più romantica però.”

“Due romanzi stesi, non pubblicati, e la svolta con il terzo, pubblicato, “Treno di panna” nel 1981, e Italo Calvino che ne scrive la quarta di copertina….Qual’è l’insegnamento più prezioso che ha appreso da Calvino?”

“Di Calvino direi proprio la sua lingua! Quando alle medie ho letto uno dei suoi romanzi brevi della trilogia degli “Antenati”, “Il barone rampante” , ho scoperto un meraviglioso modo di scrivere in italiano. C’era questa trasparenza cristallina della lingua, un modo molto spiritoso e leggero di raccontare di cose complesse.”

“Nel frattempo lei viaggia moltissimo e risiede lunghi periodi all’estero…Stati Uniti, Australia, America Latina…Viaggia per perfezionare la conoscenza e rifinire la scrittura o, al contrario, per scapparne?”

“Lo faccio per conoscere il mondo, per scoprire cosa c’è dietro l’angolo. Anche per capire meglio chi sono io e cosa voglio fare. In realtà ho scoperto più avanti che la scrittura poteva essere un’attività totale, a tempo pieno. Ho scritto a lungo senza immaginare che sarei diventato un romanziere.”

“Quale sarà la sua prossima “fermata”?”

“Di viaggio reale, uno in Irlanda il mese prossimo.  Dal punto di vista letterario, una storia che è ancora molto indefinita, per cui sto riflettendo.”

“Ha già un titolo?”

“No, non ha un titolo e neanche dei protagonisti. Solo idee che cominciano ad affiorare e che hanno i loro tempi indefiniti.”

“Lei, una volta ha detto…”il mio problema è che vendo, ma, secondo i critici, i miei romanzi sono commerciali. Se non sono noiosi non piacciono”  Parole che valgono ancora?

“Il rapporto si è un po’ equilibrato. Questo mio ultimo romanzo “Villa Metaphora”, ha avuto delle recensioni molto buone. Quando uno scrittore ha la fortuna di avere un pubblico molto vasto, corre il rischio di essere etichettato come scrittore commerciale. Io non mi sono mai identificato in questa idea.”

di Loredana Filoni

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